Ci sono morti che sorprendono. E ce ne sono altre che, pur attese, trovano comunque il modo di lasciarti impreparato. Quella di Franco Baresi appartiene a questa seconda categoria. Non perché ignorassimo che da tempo stesse combattendo una partita difficile, ma perché certe persone finiscono per sembrarci inseparabili dal paesaggio della nostra vita. Ci sono sempre state.
E, senza accorgercene, abbiamo finito per credere che ci sarebbero state sempre. Non voglio raccontare il calciatore. Lo stanno facendo, e continueranno a farlo, con i numeri, le vittorie, le finali, le immagini che tutti conserviamo nella memoria. Non voglio nemmeno indulgere nei ricordi personali, che appartengono a me e che, proprio per questo, preferisco custodire in silenzio. Vorrei invece fermarmi su una sensazione. Per chi è della sua generazione, o poco distante, Franco Baresi non è stato soltanto un campione. È stato una presenza. Una di quelle figure che scandiscono il tempo, che danno un volto a un’epoca.
Il suo Milan era molto più di una squadra: era un modo di intendere il calcio, forse persino lo sport. Rigore, misura, serietà. Niente gesti inutili, niente parole sopra le righe. Parlava il campo. E bastava. Oggi quel Milan non c’è più. Non per colpa di qualcuno, semplicemente perché il tempo non restituisce nulla. Cambiano le società, cambiano i presidenti, cambiano i giocatori, cambia persino il modo di vivere una partita. Restano i ricordi, ma anche quelli, con gli anni, assumono i contorni sfumati delle fotografie che il sole ha lentamente scolorito.
La morte di Baresi, allora, non porta via soltanto uno dei più grandi difensori della storia del calcio. Porta via un altro frammento della nostra giovinezza. Un altro punto fermo che credevamo immobile e che invece scopriamo, all’improvviso, appartenere già alla memoria. Forse è questo che fa più male. Perché a sessant’anni e oltre ci si accorge che i propri miti non sono più immortali. Se ne vanno uno dopo l’altro, e ogni volta lasciano un vuoto che non riguarda soltanto loro. Riguarda anche noi.
Ci ricordano, con discrezione ma senza pietà, quanto cammino abbiamo percorso. Franco Baresi aveva una qualità sempre più rara: non aveva bisogno di spiegare chi fosse. Bastava guardarlo. La sua autorevolezza non nasceva dal clamore, ma dall’esempio. Era il capitano nel senso più pieno della parola: quello che trascina senza alzare la voce. Oggi il calcio perde una delle sue bandiere più limpide. I milanisti perdono il loro capitano. Chi ha avuto la fortuna di attraversare gli stessi anni perde un compagno di viaggio, anche se non lo ha mai incontrato. È per questo che oggi faccio fatica a scrivere. Perché non se n’è andato soltanto Franco Baresi. Si è chiuso, ancora una volta, un pezzo della nostra vita. Della mia vita…
Ermanno Accardi (giornalista, scrittore ed editore)
(Immagine di copertina tratta dal web)








