Don Antonio Mazzi, il prete di strada che è stato uno dei volti noti dell’impegno contro la tossicodipendenza e il disagio giovanile

Milano col cuore in manoNews

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Don Antonio Mazzi è morto ieri a Milano, all’età di 96 anni. Sacerdote, educatore e fondatore della Fondazione Exodus, per oltre quarant’anni è stato uno dei volti più riconoscibili dell’impegno italiano contro la tossicodipendenza, l’emarginazione e il disagio giovanile. Accanto a lui, fino all’ultimo, sono rimasti i ragazzi e gli educatori della comunità che aveva creato. I funerali si terranno lunedì prossimo alle 15.00, nella Basilica di Sant’Ambrogio.

Era nato a Verona nel 1929, ma Milano fu la città della sua vocazione più concreta. Qui don Mazzi trasformò il sacerdozio in presenza quotidiana: non soltanto nelle parrocchie o nelle celebrazioni, ma nei luoghi in cui la città mostrava le sue ferite. Per lui la strada non era una metafora. Era il posto dove incontrare chi non riusciva più a trovare ascolto altrove.

L’INTUIZIONE NATA AL PARCO LAMBRO

La storia di Exodus cominciò nel 1984 al Parco Lambro, luogo simbolico della Milano inquieta degli anni Settanta e Ottanta. Le grandi feste giovanili avevano lasciato il posto alle conseguenze dell’eroina, alla marginalità e a una generazione spesso raccontata soltanto attraverso la paura. Don Mazzi scelse invece di partire dalla fiducia.

Nacque così la Carovana Exodus, un progetto educativo itinerante fondato sul viaggio, sulla condivisione, sul lavoro e sulla vita comunitaria. Non un semplice percorso assistenziale, ma una proposta esigente: rimettersi in cammino, ricostruire relazioni, assumersi responsabilità. Da quell’esperienza sarebbe cresciuta una rete nazionale di comunità, centri diurni e poli educativi rivolti ad adolescenti, giovani e famiglie.

Il progetto diventò formalmente Fondazione Exodus nel 1996. Negli anni arrivò a contare una trentina di centri e una ventina di cooperative, conservando però a Milano il proprio centro ideale e operativo. La città non fu soltanto lo scenario dell’opera di don Mazzi: fu il laboratorio nel quale maturò il suo modo di intendere il welfare, l’educazione e l’accoglienza.

UNA MILANO CHE NON LASCIAVA INDIETRO NESSUNO

Don Mazzi apparteneva a una tradizione profondamente ambrosiana: quella di una Chiesa capace di misurarsi con la fabbrica, la periferia, l’immigrazione e le nuove povertà. Ma lo faceva con uno stile personale, irregolare, spesso provocatorio. Diffidava delle definizioni troppo rigide e delle soluzioni calate dall’alto. Prima dei programmi, diceva in sostanza, venivano le persone.

Aveva scelto di stare accanto ai giovani che molti consideravano perduti. Era convinto che nessuno fosse davvero irrecuperabile, forse anche perché da ragazzo quella parola era stata rivolta a lui. Il suo metodo non prometteva scorciatoie: chiedeva disciplina, fatica, comunità e capacità di ricominciare.

Nella Milano della crescita economica e delle grandi trasformazioni, don Mazzi ricordava che esisteva anche un’altra città: quella dei ragazzi dipendenti dall’eroina, delle famiglie disorientate, degli adolescenti fragili e di chi viveva ai margini. Non la osservava da lontano. La abitava.

IL PRETE CON IL MAGLIONE SCURO

Il grande pubblico imparò a riconoscerlo anche per la sua immagine inconfondibile: capelli spettinati, maglione scuro, linguaggio diretto e poca inclinazione per le formalità. Non indossava abitualmente il clergyman e celebrava con stole colorate. Quello stile non era soltanto una scelta estetica: esprimeva l’idea di una Chiesa vicina, concreta e poco interessata ai segni del potere.

Negli anni Novanta la televisione lo rese familiare ben oltre Milano. Partecipò a Domenica In, anche accanto a Mara Venier, e intervenne spesso nei programmi di approfondimento sui temi delle dipendenze, della famiglia e dell’educazione. Collaborò inoltre con quotidiani e periodici nazionali. La popolarità, però, rimase per lui soprattutto uno strumento: serviva a portare il disagio giovanile dentro le case degli italiani e a raccogliere attenzione per chi normalmente non aveva voce.

Era capace di dividere, come accade alle personalità che rifuggono la prudenza. I suoi giudizi potevano essere spigolosi e il suo carattere apparire burbero. Ma chi gli è stato vicino ne ricorda soprattutto la tenerezza, nascosta dietro la ruvidità, e la determinazione con cui difendeva i ragazzi affidati alle comunità.

L’EREDITA’ AFFIDATA AI SUOI RAGAZZI

La morte di don Mazzi lascia a Milano qualcosa che va oltre le strutture fondate e i progetti realizzati. Lascia un metodo educativo basato sull’idea che la fragilità non coincida mai definitivamente con il destino di una persona. E lascia una domanda alla città: quanto spazio siamo disposti a concedere a chi cade, a chi resta indietro, a chi ha bisogno di molto tempo per rialzarsi?

Nel messaggio con cui ha annunciato la sua scomparsa, la comunità Exodus ha ricordato un padre “burbero solo all’apparenza”, capace di una tenerezza profonda. I suoi ragazzi hanno promesso di continuare a “sporcarsi le mani sulla strada”, accogliendo chi busserà alla loro porta.

È forse questa l’immagine che meglio riassume la sua vita: un prete che non aspettava le persone sulla soglia, ma usciva a cercarle. Don Mazzi arrivò a Milano da veronese e vi rimase come uno dei suoi educatori più riconoscibili. Dal Parco Lambro fece partire una carovana che avrebbe attraversato l’Italia, senza perdere il legame con la città dove tutto era cominciato.

Oggi Milano saluta il sacerdote che seppe guardare le sue periferie non come territori da correggere, ma come luoghi dai quali ricominciare. Don Mazzi lascia Exodus, le comunità, le cooperative e migliaia di vite accompagnate. Soprattutto, lascia un principio semplice e difficile: nessun ragazzo è perduto finché qualcuno continua a credere in lui…

(Immagini tratte dal web)