Fino al prossimo primo febbraio, il Museo della Permanente (in Via Filippo Turati, al civico 32) ospita una retrospettiva dedicata a Jack Vettriano, artista scozzese recentemente scomparso, molto amato e apprezzato dal pubblico italiano e internazionale per le sue opere dal gusto cinematografico e malinconico. La mostra, curata da Francesca Bogliolo e organizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci, in collaborazione con Jack Vettriano Publishing e il coordinamento di Beside Arts, propone oltre 80 opere, tra cui olii su tela, lavori unici su carta museale, fotografie scattate nello studio dell’artista da Francesco Guidicini e un video in cui Vettriano racconta sé stesso e la propria evoluzione stilistica.
Se la danza è metafora dell’esistenza, i quadri di Vettriano ci invitano a viverla fino in fondo, lasciandoci trasportare dai gesti e dagli sguardi dei suoi personaggi fino all’ultimo battito, all’ultima nota di musica, fino alla fine di ogni storia d’amore sospesa. La passione nei suoi lavori è misurata, mai volgare; la tensione tra i protagonisti è palpabile e le atmosfere rarefatte, sospese tra realtà e immaginazione. La vita e la fantasia si sfumano, compenetrandosi come luce e ombra, creando scene che sembrano raccontare mille finali possibili.

In Vettriano emerge un artista capace di trasformare l’ordinario in straordinario: nei dettagli più piccoli – uno sguardo rubato, una luce che illumina solo una parte della scena – si nasconde il suo amore per la vita e per i momenti che spesso passano inosservati. Ogni quadro è un invito a fermarsi, osservare e immergersi, lasciandosi emozionare senza bisogno di parole. Le sue opere evocano atmosfere noir intrecciate a tematiche romantiche e sensuali, dove donne dalla bellezza conturbante e uomini eleganti si muovono tra club esclusivi, sale da ballo e lussuose camere d’albergo.
La vicenda di Vettriano, all’anagrafe Jack Hoggan, ha il fascino di un romanzo vittoriano: nato a Fife nel 1951, in Scozia, da una famiglia di minatori, inizia a lavorare precocemente, fin dai dieci anni, per contribuire alle finanze familiari e a 16 anni lascia la scuola per impiegarsi come apprendista tecnico minerario. Solo a ventun anni comincia a dipingere da autodidatta, dopo aver ricevuto un set di pennelli e acquerelli in regalo per il suo compleanno. Quasi quindici anni più tardi, nel 1988, riesce a esporre in un ambiente artistico professionale, alla Royal Scottish Academy a Edimburgo, dove riscuote successo. Trasferitosi a Edimburgo, assume il nome d’arte di Vettriano, modificando leggermente il cognome della madre, Vettraino, figlia di un emigrante italiano della provincia di Frosinone.

La sua carriera, inizialmente osteggiata dalla critica, ha conquistato il pubblico grazie a opere come The Singing Butler (Il maggiordomo che canta), venduto da Sotheby’s nel 2004 per quasi 750.000 sterline, che immortala una coppia danzante sulla spiaggia, protetta dagli ombrelli di un maggiordomo e di una cameriera. Nello stesso anno, la Regina Elisabetta II lo ha insignito dell’OBE per i servizi alle arti visive. Nel marzo 2025 è stato trovato morto, per cause naturali, nel suo appartamento di Nizza.
Visitare la mostra significa concedersi una pausa poetica nel cuore di Milano, lasciarsi catturare dalla magia dei dettagli, dalla tensione delle storie e dall’incanto silenzioso dei gesti. In ogni opera Vettriano ci sussurra suggestioni profonde e ci invita a danzare con la vita fino all’ultimo battito, rapiti dalle note di Leonard Cohen.
Stefania Chines
(Immagine di copertina: Jack Vettriano, The Singing Butler – opera su carta museale)








