Sandro Mazzola, il ricordo di un vecchio cuore rossonero. Addio a un calcio che non c’è più: quello delle bandiere, delle rivalità cittadine vissute per 90 minuti e poi lasciate al campo

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Ci sono calciatori che appartengono alla storia di una squadra. E poi ce ne sono alcuni che, con il tempo, finiscono per appartenere alla memoria di tutti. Sandro Mazzola, per me, è uno di questi. Avevo pochi anni quando cominciai a conoscerlo attraverso le domeniche di calcio, e poi arrivarono gli anni ’70, quelli della mia adolescenza. Io, cuore rossonero, lo guardavo dalla parte opposta del campo: lui con la maglia dell’Inter, io inevitabilmente dalla parte del Milan. Era un grande avversario, e proprio per questo sapeva farsi rispettare e, persino, ammirare.

E poi c’era Gianni Rivera. Per noi ragazzi di allora sembrava quasi che Milano avesse deciso di dividere in due il proprio talento: da una parte Sandro, dall’altra Gianni. Nerazzurro e rossonero, due numeri 10, due campioni diversissimi eppure destinati a essere messi continuamente a confronto. La famosa staffetta della Nazionale, quella di Messico ’70, contribuì a trasformare la loro rivalità in una specie di leggenda nazionale. Una rivalità che, a guardarla oggi, fu forse anche un po’ costruita, ingigantita dai giornali, dalla televisione e dal bisogno di trovare due personaggi da contrapporre.

Perché loro, in fondo, si rispettavano profondamente. Mazzola stesso avrebbe raccontato che non si sentivano “uno contro l’altro”: ciascuno cercava semplicemente di giocare meglio dell’altro. E forse è proprio questo che rende ancora più bella quella storia.

Io però quelle cose allora non le sapevo. Ero un bambino, poi un ragazzo. Sapevo soltanto che quando giocava l’Inter c’era Mazzola, quando giocava il Milan c’era Rivera, e che quelle sfide sembravano avere un’importanza enorme. Erano i nostri campioni, le nostre domeniche, le nostre discussioni del lunedì mattina.

Un’altra bella immagine di Sandro Mazzola, scomparso ieri a 83 anni, insieme a Gianni Rivera, prima di uno dei tanti derby che li ha visti protagonisti assoluti, con la fascia da capitano, delle stracittadine milanesi

Mazzola aveva quel modo tutto suo di giocare: elegante e scattante, intelligente, sempre pronto a inventare qualcosa. Non aveva bisogno di esibire la propria grandezza. Gli bastava un’accelerazione, una serpentina, un pallone giocato con quella naturalezza che apparteneva ai campioni veri. Era il figlio di Valentino Mazzola, certo, ma con gli anni Sandro era diventato semplicemente Sandro: una leggenda dell’Inter e della Nazionale, protagonista della Grande Inter e di una stagione irripetibile del calcio italiano. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali raccontano soltanto una parte della sua grandezza.

E c’è un’immagine che oggi mi sembra quasi il simbolo perfetto di quel tempo. Il 3 luglio 1977, in un derby di Coppa Italia vinto dal Milan, Sandro Mazzola chiuse la sua carriera da calciatore. E al termine della partita, sul prato di San Siro, ci fu anche il saluto con Gianni Rivera, l’altra metà di quella famosa storia. Due capitani, due maglie diverse, due grandi rivali che il calcio aveva messo tante volte uno di fronte all’altro.

Oggi, però, mentre penso alla sua scomparsa, mi accorgo che non sto salutando soltanto un grande calciatore. Sto salutando un pezzo della mia giovinezza. Perché Sandro Mazzola apparteneva a un calcio che ormai non c’è più: quello delle bandiere, delle rivalità cittadine vissute per 90 minuti e poi lasciate al campo, degli uomini che potevano indossare una sola maglia per una carriera intera e diventare, proprio così, parte dell’identità di una città. Un calcio più vicino alla nostra vita, fatto di campioni che vedevamo la domenica e che il lunedì tornavano, almeno nell’immaginazione di noi ragazzi, a essere quasi persone di famiglia.

Mazzola se ne va a 83 anni, ma per chi, come me, ne ha 66, resterà per sempre giovane. Resterà quel numero 10 nerazzurro che correva sul prato, avversario temuto e rispettato. E insieme a lui resterà Rivera, dall’altra parte di Milano: come se quei due ragazzi, ancora oggi, continuassero a rappresentare una città e un’epoca.

Forse è questo il destino dei grandi campioni: quando se ne vanno, ci portano via qualcosa di loro, ma anche qualcosa di noi. Anche se certi ricordi, quelli veri, non smettono mai di giocare…

Ermanno Accardi (giornalista, scrittore ed editore)

(immagini tratte dal web)