Lorenzo e Jandira Merlo, da Milano alla Mongolia e ritorno: “Abbiamo compiuto qualcosa di meraviglioso”

Sia lui che lei sono due giramondo e tenerli fermi, qui a Milano, è praticamente impossibile. Ma non si tratta di una fuga continua dalla loro città, piuttosto di una ricerca costante dell’equilibrio (se mai esiste) fra l’attività intellettuale e l’azione, fra la serenità interiore e l’adrenalina vitale. Lorenzo e Jandira Merlo, padre e figlia, 61 anni lui e 24 lei, hanno compiuto da poco l’ennesima, straordinaria avventura, ma c’è una cosa che la differenzia da tutte le altre portate a termine fin qui: l’hanno vissuta insieme, fianco a fianco, da Milano fino alla lontanissima Mongolia, a bordo di una Land Rover Defender, trentamila chilometri e 104 giorni di viaggio, da aprile a luglio. Pensate che grande emozione per entrambi. “Papà, andiamo in Mongolia?”. Le parole di mia figlia sono arrivate dritte al cuore, che è risalito fino in gola, quasi a soffocarmi”, racconta emozionato e commosso Lorenzo. “Non ho pensato certo a quell’incredibile Paese, ma alla possibilità di poter stare finalmente un po’ solo con lei, che pur essendo giovanissima gira in lungo e in largo per il pianeta molto più di quanto non abbia fatto io, finora, alla mia età. Ho pensato a quante cose si sarebbero aggiustate, nel nostro rapporto, quante si sarebbero rinforzate e quanto saremmo stati complici. E la sua proposta è nata anche dal richiamo, fortissimo, che Jandira sentiva per la Mongolia: cavalli nelle praterie, liberi di galoppare nel vento, donne e uomini forti, bambini bellissimi, dentro e fuori, che non hanno niente e per i quali ha preparato una lunga lista di regali”. Andare fino a là, lavorare fianco a fianco per prepararlo durante i quasi quattro mesi previsti per la sua esecuzione è stato un progetto ammirato e probabilmente anche un po’ invidiato da molti padri e da molte figlie. “Sì, per me è stato un vero e proprio regalo della vita. Purtroppo l’altro mio figlio, Rocco, è rimasto escluso per diversi motivi, non ultimo quello che in macchina c’erano soltanto due posti. Mi è dispiaciuto molto e credo anche a sua sorella perché sappiamo che gli sarebbe piaciuto infinitamente”. Come è facile immaginare, il lungo viaggio di Lorenzo e Jandira non è stato privo di rischi; alcune zone, infatti, hanno presentato problemi complessi (come ad esempio la presenza lungo il percorso di fondamentalisti islamici) e ostacoli molto duri di carattere geografico e di orientamento. “Pur sapendo che la stagione scelta non era la più favorevole, in particolare per il tracciato che volevamo seguire, il 5 aprile scorso siamo partiti”, inizia il suo affascinante e avvincente racconto Lorenzo.

 

Mokra Gora (Serbia) Particolare della sala bar dell’albergo realizzato da Emir Kusturica

“Abbiamo dedicato subito una visita alla Risiera di San Sabba e alle foibe e poi via, attraversando tutti i Balcani praticamente sempre con il maltempo. La costa dalmata sotto gli scrosci dei temporali, le piramidi di Visoko, a Nord-Ovest di Sarajevo, dal sentiero così fangoso e ripido da non riuscire ad arrivare in vetta, l’albergo di Mokra Gora, quello di Kusturica, in Serbia, inno alla contestazione consumistica, una specie di Campell’s Soup Cans di Andy Warhol cinquant’anni dopo, ormai destinazione di pullman e gite scolastiche, ma anche celebrazione di un mondo fatto solo di cinema e del suo popolo divistico. Dopo abbiamo percorso la Valle delle Rose in Bulgaria, ma è poco oltre, nella regione di Haskovo, che tocchiamo la povertà e la segregazione di un popolo apparentemente abbandonato a se stesso. Infine, arriviamo in Turchia, quel punto dal quale le voci dei muezzin hanno sostituito le campane fino ad orizzonti sempre più lontani”. Intanto, il maltempo non dà tregua ai due viaggiatori e le perturbazioni si succedono a ritmo serrato. “Mai visto così tanta acqua cadere dal cielo”, ricorda Lorenzo.

Gudauri (Georgia) – Il Monumento dell’Amicizia tra i Popoli di Russia e Georgia, realizzato nel 1983, lungo la strada militare georgiana.

“Nel buio della sera, a pochi chilometri dall’ingresso in Georgia, cerchiamo un albergo ad Akhaltsikhe: Un sopruso della polizia locale, che s’inventa una nostra infrazione, è il benvenuto che ci è toccato. Ne seguirà un altro, a Tbilisi, altrettanto vergognoso, ma non sufficiente a farci dimenticare un popolo serenamente orgoglioso di se stesso, incapace di capire le ragioni delle sue guerre con l’Abkazia e L’Ossezia del Sud, ma preoccupato del nostro transito in Azerbaijan, dove, ci ripetono, non troveremo persone come loro. Prima di andare a verificare come fossero gli azeri, quasi al confine con l’Ossezia Settentrionale, a Stepantsminda, nel gelo di una bufera caucasica, avevamo visitato l’emozionante chiesa della Trinità di Gergeti, ma rapiti dalla dolcezza delle oceaniche onde collinose dell’Azerbaijan era ormai un ricordo lontano. Se la natura ci parlava di bellezza nelle città e a Baku in particolare era evidente che il Paese, come altri incontrati lungo la linea del nostro viaggio, si era chiaramente votato all’abbraccio del liberismo e del consumismo. Quella azera, infatti, è forse una delle culture musulmane che più si sono allontanate dal principio puro della Sharia, ovvero di una società regolamentata dai precetti religiosi. Il Turkmenistan, al di là del mare, è più lontano delle miglia d’acqua che separano Baku da Turkmenbashi”, continua Lorenzo. “Molte ore in banchina attendono chi ha scelto la via del mare invece che il passaggio via terra dall’Iran e altre dopo l’imbarco, prima di salpare, e altre ancora una volta a destinazione, per la burocrazia e la peggior comunicazione. E poi Ashgabat, dove il bianco, il verde e l’oro sono i soli colori ammessi.

Uzbekistan – Deserto stepposo sulla strada per Bukhara.

L’obbligo di scelta della via da seguire, imposto dalle autorità turkmene, ci ha portato nel Nord del Paese per entrare in Uzbekistan, poco a Sud della latitudine di Nukus. Lungo la strada abbiamo rispettato la deviazione d’obbligo per affacciarci alla bocca della voragine sempre in fiamme di Darvaza, turisticamente, o meglio, volgarmente detta “Porta dell’Inferno”. Kiwa e Samarkanda erano sulla strada, ma insieme a loro e alle loro storie in forma di mosaici e muqarnas si vede tutto lo sbracamento (passami il termine) nei confronti del turismo occidentale, che evidentemente è una scelta precisa del governo locale. Avrei molto da dire su questo argomento e magari un giorno, caro Ermanno, ne parleremo. Per ora andiamo avanti con la descrizione, seppur sommaria, del viaggio”. Già, il viaggio. Per raccontarlo compiutamente occorrerà un libro, che il mio caro e bravo collega scriverà sicuramente. Per adesso accontentiamoci di offrire ancora qualche assaggio di questa straordinaria avventura compiuta da un padre e da una figlia altrettanto straordinari. “Siamo partiti da Dushambe per andare a percorrere la Pamir Highway, la seconda strada più elevata del mondo, superata solo dalla Karakorum Highway”, prosegue nel suo racconto il giornalista e scrittore milanese. “Nonostante le piogge e il disgelo scegliamo di seguire la via con meno garanzie di successo, quella che corrisponde a una parte della famosa M41. La Pamir Highway permette più varianti di pari o superiore soddisfazione. Noi abbiamo scelto quella che segue il Panj, il corso d’acqua che separa il Tajikistan dall’Afghanistan, prima di diventare l’Amu Darya, un tempo chiamato Oxus, limes naturale oltre il quale nei secoli passati c’era l’immenso Turkestan, una terra misteriosa e ignota a tutta la civiltà occidentale, in corrispondenza della quale, sulle mappe dell’epoca si leggeva “hic sunt dracones”. Ma più dei paesaggi che ammalierebbero chiunque è stato il popolo tajiko, che ci è entrato nel cuore senza sforzo. Abbiamo avuto la sensazione chiara che fossero persone estremamente equilibrate, al punto da esprimere serenità indipendentemente dall’età, dal sesso e dalla condizione sociale.

Kirghizistan – Da Baktigul, dopo il lago Song-Kol. Il Defender 110 Td5.

Le dure piste della Pamir Highway sono scomparse al passaggio in Kirgizistan. Cavalli di razza locale possenti e leggeri al tempo stesso e pascoli collinari che è possibile definire paradisiaci ne hanno preso il posto. Il piccolo “stan” è stata una delle perle davvero inattese di tutto il viaggio. Abbiamo percorso la parte meridionale dell’oriente kazakho dentro la bolla dell’armonia kirghiza. Canyon, laghi, vallate e spazi illimitati, sebbene non più così verdi e dolci, rappresentano il territorio fino ad Almaty. Lasciando il capoluogo, l’incanto non poteva che svanire: centinaia di chilometri uniformi, nuovamente duri e senza variazioni, né per lo spirito, né per gli occhi”. Ma anche se la Mongolia era lì, a un passo, trascorrere qualche giorno in Russia, per i due viaggiatori, era d’obbligo. “Sì, anche perché non essendoci alcun punto di contatto con Kazakhstan, è davvero obbligatorio un passaggio siberiano”, conferma Lorenzo.

Arhangaj (Mongolia) – Dopo Tsenkher, lungo la valle del fiume Lin Gol, per proseguire poi in direzione della cascata Ulaan Tsutgalan, la più alta del Paese, nella regione di Ovor Hangaj.

“Sapevamo bene che i circa quindici giorni da dedicare alla terra di Gengis Khan sarebbero stati pochi. Non siamo riusciti, infatti, a visitare le montagne della regione occidentale di Olgij, né le meraviglie del Lago Khovsgol,a Nord. Siamo passati in mezzo alle verdi regioni centrali del Khangai, un vero e proprio reame di fiori, foreste, cavalli e placidi fiumi. Poi a Sud, nel deserto e tra le dune, infine a Ulan Batar. La scarsissima densità di popolazione è impressionante: cinque volte la superficie italiana per tre milioni di persone, di cui la metà nella capitale. E se sulla carta un popolo di cultura buddhista (peraltro devoto, a giudicare dalla loro frequentazione dei monasteri che abbiamo visitato) ci aveva indotto alla curiosità di vedere come quella cultura si esprimesse nel quotidiano, nella realtà siamo rimasti sorpresi: a parte buona parte dei russi, infatti, sono stati proprio i mongoli i più indifferenti e disinteressati alla relazione con noi due europei”. Il viaggio di Lorenzo e Jandira, tra mille peripezie, si è concluso il 16 luglio scorso. “La mattina del 12 luglio”, conclude Lorenzo, “mia figlia ha voluto che facessimo un autoscatto nella piazzola di un piccolo borgo in Germania, dove abbiamo trascorso l’ultima notte, la centotreesima. Sapevamo che avevamo fatto qualcosa di meraviglioso. Sapevo che molto si era aggiustato con lei. E questo viaggio è stato ancor più meraviglioso”…

Ermanno Accardi (giornalista e scrittore)

(Tutte le immagini sono di victoryproject.net)

 

One Reply to “Lorenzo e Jandira Merlo, da Milano alla Mongolia e ritorno: “Abbiamo compiuto qualcosa di meraviglioso””

  1. Kurt Quartiero ha detto:

    You are my intake, I have few blogs and occasionally run out from to post .

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