Io, un militare para…culo a Milano

Milano si racconta

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“C’é posta?”. “No, c’è posto”…Il postino, quella mattina, fu insolitamente spiritoso. Aveva citofonato, come faceva ogni giorno, a tutti gli inquilini dello stabile di proprietà del Demanio in cui abitavo, in via Fauché, perché c’era la portineria. O meglio, la portineria c’era, ma da molti anni ormai il servizio non veniva assegnato, come previsto dalla legge, alla famiglia di un usciere dell’Intendenza di Finanza di via Manin. Una sorta di riduzione della spesa pubblica “ante litteram”…Era il primo giorno di primavera ma, come cantavano i Dik Dik, “non per me”. Infatti, scesi come spesso facevo a prendere la posta, in particolare una cartolina di colore azzurro, che il solerte dipendente delle Poste mi consegnò con un sorrisino ironico stampato sul viso. Il mittente era il Ministero della Difesa, l’arma  l’Aeronautica Militare. Ero invitato a presentarmi al Centro Addestramento Reclute di Macerata, nelle Marche, per assolvere il servizio militare. Il momento per niente atteso era dunque arrivato. Avevo deciso di assolvere agli obblighi militari subito dopo aver conseguito la Maturità al Liceo Scientifico, benché mi fossi iscritto all’Università. Volevo liberarmi al più presto da quell’impiccio per diversi motivi, soprattutto per scongiurare il pericolo che potesse rappresentare un ostacolo al mio ingresso nel mondo del lavoro. Volevo rendermi indipendente prima possibile, e non pesare, così, sul bilancio familiare, nonostante il desiderio di fare il giornalista rappresentasse in sé un percorso professionale lungo, tortuoso e decisamente poco ricco, quantomeno all’inizio, diciamo così, di “ritorni economici”. Per questa ragione presentai domanda di ammissione all’Aeronautica Militare, anche qui per alcune specifiche ragioni. Innanzitutto, perché ero e sono ancora adesso un “fighetto” milanese, per quanto riguarda l’abbigliamento e il “look”. L’Arma Azzurra, come è storicamente soprannominata l’Aeronautica, poteva garantirmi l’eleganza della divisa e un taglio di capelli, che all’epoca avevo e portato lunghi, perlomeno decoroso, senza improbabili sfumature alte, che invece erano di prassi nell’Esercito, ad esempio, e ricordavano le scodelle con cui i barbieri un tempo tagliavano le zazzere dei ragazzini riottosi all’ordine tricologico. E poi, assolvere il servizio militare in quell’Arma significava avere moltissime possibilità di farlo vicino a casa, se non addirittura nella stessa città, come di fatto puntualmente avvenne. Papà era dell’idea che io facessi addirittura l’ufficiale e che in virtù del suo rapporto di amicizia con l’allora Comandante della Scuola di Guerra Area, il suo con…”terroneo” Generale Basilio Cottone potessi frequentare il corso, durissimo, di tre mesi, appunto, nel capoluogo toscano, e poi assolvere il previsto anno di servizio, con uno stipendio più che dignitoso, da dipendente statale. Io, a 20 anni ancora da compiere, al pensiero di dover indossare la divisa per tre mesi in più, per la mia ben nota idiosincrasia a guadagnare denaro, essendo sicuramente più bravo a spenderlo, e a causa della mia innata anarchia, che mi fa mal digerire ogni qualsivoglia forma di regola e che i rende allergico a qualsiasi responsabilità, che non sia strettamente personale,  mi opposi ribellandomi come un gatto randagio che sfugge a qualcuno che lo vuole accarezzare. “Non voglio regalare tre mesi in più del dovuto della mia importantissima vita allo Stato”, dissi risoluto al mio attonito genitore, che per mantenere me e tutto il resto della mia famiglia, di anni della sua ne regalò ben 44, allo Stato…”E poi sono troppo giovane”, me ne uscii in conclusione del mio sproloquio, “per assumere il ruolo di ufficiale. Capirei se fossi già laureato, a 25-26 anni, ma adesso proprio no”…Chiusa la stucchevole conversazione, mio padre telefonò a un altro amico ufficiale, quel galantuomo del Generale Antonio Siani, che si prese la briga, nonostante fosse già comodamente in pensione, di accompagnarmi personalmente a consegnare “brevi manu” la mia domanda di ammissione. Andò dunque tutto bene, e il primo giugno dello stesso anno, il 1980, mi recai alla Stazione Centrale, con i capelli corti e accompagnato da uno stuolo di familiari e amici emozionati e commossi tanto quanto me, forse anche più di me, a prendere il treno che mi avrebbe portato a Macerata, dove avrei dovuto soggiornare, tra una marcia e una raffica di mitragliatore, un servizio di piantone alle camerate e una “corvè” nelle cucine, per circa un mese, prima della destinazione finale, che io speravo ardentemente fosse la mia Milano. Quel periodo, tolta la comprensibile emozione dell’allontanamento forzato dagli affetti e dalla vita di tutti giorni, filò liscio come l’olio e quando tornai trionfalmente a casa, essendo stato assegnato al Comando della Prima Regione Aerea di piazza Novelli, sembrò che fossi rientrato da una vacanza ai Caraibi. Bello, abbronzato, con i capelli come cominciano leggermente ad allungarsi, impeccabile nella mia divisa estiva: camicia Oxford azzurra, pantaloni blu, scarpe nere leggere, bustina che irregolarmente e con aria di sfida, fintamente spiegazzata, portavo sulle ventitré, a sfiorare, su un lato, i “Rayban” da sole, con le lenti verdi. Un figurino, un vero pavoncello, che si specchiava in ogni vetrina che gli capitasse a tiro per la strada. Un “pirla”, uno scemo, un po’ un “ganassa”, uno sbruffone, direbbe un vero milanese…Venni destinato all’Ufficio Stampa, un sogno, per un aspirante giornalista, una vera manna, scoprii quasi subito. Sei avieri a disposizione tutti i giorni, sabati e domeniche compresi dell’allora Comandante dell’Ufficio, il raffinato Colonnello Enrico Carreras, un uomo molto elegante nei modi e nello stile, e di quel sant’uomo del Maresciallo Armando Bruschi, il capo di quella redazione. Pochi servizi strettamente militari da assolvere, come le guardie ai vari ingressi e parcheggi della caserma, soltanto una volta al mese, per essere, appunto, sempre disponibili, a rotazione, in ufficio, dotato di tutti i comfort, dal televisore al frigo bar all’impianto di aria condizionata. Non male, vero? Ricordo che uno degli avieri con maggiore anzianità di servizio, Massimo Romanelli, autore italiano dei racconti di Diabolik, mi accolse calorosamente dicendomi “Benvenuto in Paradiso”…

Il Comando della Prima regione Aerea, a Milano.

Nel corso di quell’anno, durante il quale, tanto per non farsi mancare niente, dormivo a casa mia, a soli 15 minuti di macchina da lì, per gentile concessione del Comando ai residenti milanesi, riuscii a sostenere tre esami universitari, ai quali, pur studiando con discreto profitto, mi presentai in divisa, da vero paraculo. E vissi, inoltre, due tragiche esperienze nazionali: la strage di Bologna, del 2 agosto, e il terremoto dell’Irpinia, il 23 novembre, sempre dello stesso 1980. Ricordo che i telefoni intorno a me quasi saltavano, per l’intensità e il numero delle chiamate che ricevevamo a getto continuo. Una volta, nella confusione generale, risposi automaticamente e distrattamente “Ufficio Comando Buongiorno” al grande apparecchio telefonico nero che indicava la linea diretta con il Comandante di tutta la Prima Regione Aerea, all’epoca il Generale Antonio Mura. Per la concitazione di quei frenetici momenti non riconobbi la sua voce e gli chiesi “Chi parla?”. Calò il gelo e ci fu un silenzio di pochi secondi, ma a che a me parve interminabile, e subito dopo con voce profonda e freddissima l’algido ufficiale affermò “Su questa linea parla solo il Generale Comandante”…Scusandomi in mille modi, con fare fantozziano, mi trasformai in una specie di pomodorino con i piedi e al termine di quella breve, ma intensa telefonata mi allontanai dall’ufficio emettendo strani suoni gutturali, sembravo Paolino Paperino…Ancora oggi, quando passo da piazza Novelli, in macchina, guardo quella caserma con commozione, ricordando i miei vent’anni oramai passati da un bel pezzo. Il passato mi avvolge tutto, come a voler accarezzarmi l’anima. Le immagini e i pensieri si rincorrono, felici, e mi fanno rivivere momenti di vita spensierata, scevri da ogni reale preoccupazione. Sospiro forte, e se sono in buona e amichevole compagnia, esclamo spesso sorridendo, da paraculo quale sono: “Ecco, vedete? E’ qui che l’Ermanno vostro è diventato finalmente un uomo”…

Ermanno Accardi

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