Gian Luca Tavecchia: “I milanesi doc esistono ancora, ma sono diventati irriconoscibili perché non parlano più il dialetto”.

Fare una chiacchierata su Milano e dintorni con un amico e un collega di scrittura come Gian Luca Tavecchia è una passeggiata di salute, cibo per la mente e per il cuore. Siamo coetanei, ma io sono siculo-milanese e lui invece un milanese doc, uno dei pochi, ormai, della nostra città. Milano, però, non è il suo unico amore, la sua unica passione; è legato profondamente, infatti, anche al mondo del libro (è un ex bibliotecario di lungo corso) e dei fumetti ed è un cultore di cinema grazie al padre, proprietario di una sala cinematografica. Ha iniziato a scrivere dopo i cinquant’anni, ma dice che adesso va di corsa e sta cercando di recuperare il tempo perduto. Ha già pubblicato cinque antologie, insieme ad altri autori e al sottoscritto, dedicate, appunto, a Milano, ai viaggi e allo sport. E a proposito di sport: Gian Luca è un milanista sfegatato, molto più di me, che dal calcio ho preso da tempo le distanze. “Il mio amore per i colori rossoneri nasce nel 1967, quando vincemmo la nostra prima Coppa Italia”, racconta con gli occhi che si accendono mentre scorrono i ricordi. “L’anno dopo conquistammo lo scudetto e la Coppa delle Coppe. Pierino “la peste” Prati vinse anche la classifica dei cannonieri. Nel 1969 trionfammo in Coppa dei Campioni e nella Coppa Intercontinentale. Ciliegina sulla torta: Gianni Rivera vinse il Pallone d’Oro e fu il primo italiano a riuscirci. Oggi è un vero peccato che buona parte del calcio italiano sia ormai caduto in mani straniere. A Milano comandano americani e cinesi, ma l’amore per il Milan resta comunque fortissimo. Speriamo che la nuova proprietà si renda effettivamente conto del valore e dell’importanza di un simile patrimonio nazionale. Purtroppo di uomini come il nostro grande ex presidente Silvio Berlusconi ne nasce uno ogni secolo; noi milanisti dobbiamo solo ringraziarlo per tutto quello che ha fatto per noi nell’arco di trent’anni”.

Parliamo della nostra città, adesso. Com’è cambiata e come sta cambiando, secondo te?

“Milano è sempre un “Gran Milan”. Non è più la città delle fabbriche perché il terziario le ha sostituite. E’ una realtà in costante e continua evoluzione. In ogni caso è “meravigliosa” (come dici tu) e offre moltissime opportunità. Ad oggi, è l’unica vera metropoli internazionale del nostro Paese. E’ la nostra New York, tanto per intenderci. L’ho girata tutta, in lungo e in largo, ma trova sempre il modo di regalarmi qualcosa di nuovo, c’è sempre qualcosa da vedere che mi è sfuggito. Dovremmo amarla e rispettarla un po’ di più tutti, milanesi e turisti. Purtroppo attira anche gli interessi della malavita e per questo motivo sarebbe opportuno che lo Stato vigilasse e intervenisse prontamente per stroncarli”.

 

Gian Luca Tavecchia mostra con orgoglio due antologie che comprendono alcuni suoi racconti: “Milanesi per sempre (Edizioni della Sera, 2019) e “Il Drago Verde racconta…” (Allora Blu, 2019)

E del fenomeno dell’immigrazione a Milano che ne pensi?

“Soltanto da poco tempo ci si è resi conto dei problemi che avrebbe generato l’immigrazione straniera. E’ un fenomeno relativamente recente e l’’integrazione è una questione di non facile soluzione, ma sono abbastanza fiducioso al riguardo. Speriamo che alla fine, l’aria frizzante di Milano faccia diventare milanese anche un senegalese. Riguardo alla “milanesità” vorrei aggiungere una cosa: mi hai definito “uno dei pochi milanesi doc rimasti in città”, ma non sono d’accordo. I “milanesi doc” esistono ancora e non sono pochi, solo che sono diventati invisibili, irriconoscibili. Molti amici e parenti hanno abbandonato da diversi anni il meneghino, stentano a capirlo e parlano solo in italiano. Al contrario di romani e napoletani, i milanesi hanno ucciso, in pochissimo tempo, il loro dialetto. E’ avvenuta una cosa pazzesca: alla fine della Seconda Guerra Mondiale, a Milano, tutti parlavano il dialetto milanese, trent’anni dopo non lo parlava più nessuno. Era considerata la lingua degli ignoranti e veniva osteggiata e denigrata. Solo negli anni ’90 ci si è resi conto di cosa si stava perdendo, ma ormai era troppo tardi. E non sono d’accordo con chi asserisce che la mazzata finale sia stata inferta dall’immigrazione, che ha costretto a parlare tutti quanti nella lingua di Dante. A Roma l’immigrazione è stata più massiccia che a Milano, però ancora adesso tutti parlano in romanesco. Una mia cugina, nata e vissuta per anni negli Stati Uniti, quando è tornata in Italia parlava come Stanlio e Ollio. E’ andata ad abitare a Roma e dopo poco tempo si esprimeva come una donna di Trastevere. Se vuoi sentir parlare ancora in milanese devi andare nell’hinterland, dove sopravvive, seppur a fatica. Purtroppo il nostro dialetto è destinato a fare la fine del latino: diventerà una lingua morta, ucciso dalla televisione, dalla radio, dalla scuola e da Internet.

Riguardo alla Rete, però, devo dire che dopo lo scetticismo iniziale ne sono diventato un grande estimatore. Internet è una delle più grandi invenzioni della storia. Ovviamente ha le sue storture, ma i benefici sono decisamente superiori. Il bagaglio di conoscenza che mette a disposizione di tutti a livello mondiale è assolutamente stupefacente.
Da ex-bibliotecario ritengo però che leggere libri cartacei rimanga una delle cose più belle della vita. Annusare il profumo della carta stampata è meraviglioso. E i fumetti? Possono essere solo di carta, da sfogliare con cura, da ammirare, da leggere e rileggere, insomma, da amare.
Ricordiamoci anche che a Milano c’è il “non plus ultra” dell’editoria nazionale. I social network, invece, andrebbero maggiormente controllati. Bisognerebbe vietarne l’uso a coloro che li utilizzano per spargere veleno e falsità”.

Tu sei uno scrittore molto bravo a descrivere la realtà servendoti della fantasia e uno dei pochi a saper scrivere in milanese. Come descriveresti Milano in poche righe? (E a proposito: hai in cantiere qualcosa?)

Te lo dico in milanese: “Dai temp del Carlo Cudega, Milan la ghe pias a tucc e la piaserà semper a tucc”. Traduzione: Dai tempi del Carlo Cudega (un modo di dire milanese per indicare una cosa antica) Milano piace a tutti e piacerà sempre a tutti! E certo che ho in cantiere qualcosa! Ovviamente su Milano.
Per scaramanzia però ti anticipo “un bel nigott” un bel niente”…

Ancora un paio di domande, mio caro. Tu ami molto l’hinterland milanese, a cui hai accennato poco sopra. Vuoi raccontarci come nasce questo amore?

Di fatto l’hinterland è ormai solo un prolungamento della grande metropoli. Tuttavia i paesi che lo compongono continuano a mantenere una loro “personalità” (diciamo così) e questo non guasta affatto. Parecchi milanesi sono venuti negli ultimi anni ad abitare a Senago, dove abito, probabilmente attratti dal suo stile di vita, meno frenetico, unito alla possibilità di poter raggiungere Milano in poco tempo. Io vivo qui da sempre; in passato era un’amena località di villeggiatura dei nobili e dei ricchi milanesi. Ci sono ancora alcune ville, infatti, che meritano di essere visitate e soprattutto tutelate. Inoltre, quando ero un bambino, ho avuto la grande fortuna di poter giocare tantissime volte nell’immenso parco della stupenda Villa Borromeo. Se a dieci anni ti arrampichi su alberi secolari come un piccolo “Zagor” te ne innamori e te lo ricordi per tutta la vita”.

Per concludere, Gian Luca: Come vedi il tuo futuro e quello di Milano?
Starete ancora insieme?

Ma mi spieghi come faccio ad abbandonare la mia Milano?
Il fatto che abiti a pochi chilometri da lei non significa nulla, è nel mio cuore da sempre. E sarà sempre più “meravigliosa”, come l’hai definita tu, con un’espressione secondo me molto azzeccata e che mi piace moltissimo”…

Ermanno Accardi (giornalista e scrittore)