Stefano Bettera: “Milano sarà ancora (e sempre di più) la locomotiva d’Italia”

“Certo che ti concederò l’intervista per il blog, caro Ermanno. Non dimenticherò mai che tu sei stato il primo ad intervistarmi quando uscì il mio primo libro, nel 1998. E quando ancora non mi conosceva praticamente nessuno, a parte gli amici, i parenti e i colleghi”. Stefano Bettera è un uomo “meraviglioso”, nel senso più pieno del termine. Mi onora della sua amicizia fraterna e della sua considerazione ormai da diversi anni e molti capelli fa, quando entrambi li avevamo belli e folti. E in occasione dell’uscita, quest’anno, del suo nuovo libro “Il Buddha era una persona concreta” (che completa una trilogia composta anche da “Fai la cosa giusta”, pubblicato 2018, e “Felice come un Buddha”, del 2017) abbiamo pensato di farci l’ennesima chiacchierata pubblica, oltre a quelle che già più o meno quotidianamente ci facciamo attraverso le nostre pagine Facebook. Milanese, 53 anni da compiere il prossimo 13 maggio, giornalista e scrittore, Bettera pratica da anni meditazione ed è uno degli uomini più tranquilli e rilassati (quantomeno negli atteggiamenti, perché poi girano le scatole anche lui come a tutti), che io abbia conosciuto.

“Quando circa trent’anni fa mi sono avvicinato agli insegnamenti del Buddha lo ho fatto con lo sguardo del bambino curioso e anticonformista che da sempre mi accompagna”, rivela. “È stato così che a un tratto la mia irrequietezza infantile, il disagio di adolescente e di giovane uomo, prima studente poi giornalista, hanno trovato un felice sbocco negli stimoli del pensiero del Gotama. Non si è trattato di una soluzione definitiva e chiusa, ma di una nuova esperienza dinamica di meditazione, in continuo rinnovamento, che gli ha insegnato ad affrontare i problemi pratici con serenità ed equilibrio. Per me riflettere su temi universali come l’importanza dell’ascolto o la schiavitù delle emozioni, la compassione o lo stupore, è diventata in questo modo un’esigenza quotidiana e concreta, utile per consolarsi, elaborare un lutto o trovare le risorse necessarie a ribaltare una situazione sgradevole nel lavoro o nelle relazioni. Salvo poi scoprire tante analogie tra l’esercizio di questa filosofia orientale e quello che hanno invece sostenuto i pensatori in Occidente da Epicuro a Wittgenstein o che Woody Allen legge con occhio disincantato nelle sue nevrosi metropolitane. In “Il Buddha era una persona concreta” approfondisco le meditazioni di decenni attorno al pensiero del Buddha. Per aiutarci a seguirle le organizzo in cinque passi che si possono facilmente riprendere nel nostro vivere quotidiano. Ogni capitolo affronta un tema (Saggezza, Gentilezza, Sorriso, Consapevolezza, Ricerca interiore, Compassione, Cura e Educazione), mettendolo in relazione sia con il messaggio del Gotama sia con il mondo d’oggi e offrendo una pratica da sviluppare e uno schema di meditazione. Al termine di questo percorso non si può che raccogliere un’esortazione ad abbracciare la propria vita, qualunque essa sia, con gentilezza e compassione. E a dire sì a tutto ciò che ci porta libertà e felicità”. Bettera è un protagonista positivo della vita pubblica milanese (e non solo). E’ una persona adatta, quindi, a giudicare la nostra città, visto che la sta attraversando ormai da molti anni. “Credo che Milano, oggi, sia una vera capitale europea”, afferma senza tema di smentita. “Forse l’unica tra tutte le meravigliose città italiane ad aver avuto la forza, in questi ultimi anni, di lanciarsi anima e corpo verso una dimensione non solo nazionale. Lo vediamo dal numero sempre crescente di stranieri: turisti, ma anche professionisti che la scelgono come luogo in cui vivere e lavorare. E lo vediamo dallo sviluppo urbanistico: una metropoli tutta nuova, che assomiglia molto ad altre sue sorelle in giro per il mondo. Va detto che Expo è stata la scintilla che ha permesso tutto questo. Da allora Milano è davvero rinata”.

Tu hai lavorato e lavori ancora oggi nel mondo del giornalismo, della comunicazione e della formazione, tre osservatori privilegiati sulla città. Ma sono davvero privilegiati, questi osservatori? Qual è, a tuo avviso, lo stato dell’arte di questi tre ambiti professionali a Milano? E quali contributi ha portato, secondo te (se li ha portati) lo sviluppo della Rete e dei Social Network?

 

“Onestamente, vedo il giornalismo molto in difficoltà nel leggere e interpretare una realtà sempre più frammentata e complessa. Ahimè, in parte per sua stessa responsabilità, ma in gran parte perché il nostro è un Paese dove si legge poco, figuriamoci i giornali. Occorre dire, infatti, che trovare un giovane sotto i 25 anni che ancora compra un quotidiano in edicola è quasi miracoloso. In generale si seguono troppo le tendenze, dettate da quello che si pensa che funzioni o che faccia notizia. Purtroppo, i Social Network non aiutano; sono il regno dell’immediatezza, che dura l’arco di un battito d’ali. Non approfondisce niente, non costruisce niente e spesso, anzi, supporta solo l’aggressività. La responsabilità è di chi insegue questo meccanismo senza il coraggio di proporre alternative credibili. Le persone non sono stupide. Se offri alternative motivate ti ascoltano e spesso ti seguono. Ma occorre coraggio e questo manca. Ecco perché questi tre ambiti sono sempre meno osservatori privilegiati. Perché cadono spesso nel tranello di seguire tendenze che non nascono da loro e lasciano il tempo che trovano”.

Milano ha sempre avuto un respiro più ampio dei suoi confini. Tutto quello che la riguarda interessa sia a livello nazionale che internazionale. Pensi che sia in grado, anche oggi, di interpretare questo ruolo? Oppure è stata “colonizzata”, nel senso che questo interesse esterno ha prodotto investimenti economici e finanziari che hanno portato imprenditori, finanzieri e banchieri ad impadronirsene?

“Gli investimenti economici sono una realtà, che vediamo sotto i nostri occhi ogni volta che passiamo da Porta Nuova o in altre zone rinate a suon di capitale straniero. Un rischio, ma anche un’opportunità, capace di attrarre energie e risorse che fino a qualche tempo fa snobbavano Milano. Oggi la metropoli se la gioca a pari merito con Londra, Parigi e New York. Unica in Italia, lo dicevo, sotto questo profilo. Credo che occorra però stare attenti a non far sì che diventi solo una “Eventopoli” o una città per ricchi. Non si tratta solo di perdere la propria storia e il proprio carattere, che sarebbe anche il meno, ma di diventare un luogo dove solo un tipo di persone possono vivere. Alla lunga è una politica che non paga perché la ricchezza sta nella diversità e anche nella complessità. Realtà perfette, ma asettiche hanno finito per inaridirsi”.

Che opinione hai del fenomeno dell’immigrazione a Milano? E sul tema della sicurezza?

“Credo che le due cose, per quanto molti non la pensino così, non siano del tutto legate. Non nego che ci siano episodi di cronaca anche recenti, ma non ho mai distinto la gravità di un crimine dalla carta di identità di chi lo commette. È fin troppo facile ricordare il pregiudizio che a lungo ha rappresentato tutti i meridionali come mafiosi. D’altro canto è assolutamente vero che se il fenomeno migratorio non lo governi si somma povertà a emarginazione e la situazione può diventare esplosiva. Leggere, però, il tema migratorio solo come questione di ordine pubblico mi sembra non solo semplicistico, ma anche francamente superficiale e ideologico. Mi interessano comunque le persone, non le categorie”.

Per concludere, Stefano: Come vedi il futuro di questa città, in relazione anche all’attuale situazione italiana e internazionale?

“Credo che Milano possa essere un volano importante per il rilancio del Paese. Come sempre, tutto ciò che è successo in Italia a Milano è successo prima. Sarà ancora così. E lo dico a prescindere da chi governerà questa città, che fa vita a sé. Gli interessi sono grandissimi, gli investimenti pure. Questo è il biglietto da visita italiano all’estero. Anche se, appunto, ho sempre visto la mia città un po’ come un’oasi, quasi un territorio straniero per paradosso. Ma è certo che Milano sarà ancora la locomotiva d’Italia. Appellativo guadagnato a ragione e con fatica, che ben le si addice”…

Ermanno Accardi (giornalista e scrittore)

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