Metti una sera all’Esselunga…

Milano si racconta

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“Permesso?”, chiedo. “Posso passare?”. Sono quasi le otto di sera, e mi sto districando tra carrelli e giovani donne in affanno, al supermercato Esselunga di Via Losanna, a Milano. Ho un unico obiettivo: fare presto. I solidali del calcetto mi aspettano per le nove dalle parti di Segrate. Lavanderie di Segrate. Fendo il gruppetto che sta in mezzo ai piedi. Mentre passo, sento qualcuno che con una voce bassa, giovane, dice in modo deciso: “Se vi comportate bene non succede niente. Non fate sciocchezze”. D’istinto mi volto: l’uomo accanto a me è incappucciato e tiene tra le mani un fucile a canne mozze. E ce ne sono altri quattro come lui. Il più vicino mi spinge, neanche tanto violentemente, verso l’interno. “Vada dentro, si muova”, mi dice, dandomi del lei. La scena è surreale. Sta succedendo davvero, mi chiedo o siamo su Scherzi a Parte. ‘Sti cazzi…

E’ una vera rapina al supermercato e io ci sono in mezzo. Come in un film. Pochissimi sono i clienti che si accorgono, di quello che sta accadendo di fronte ai loro occhi. Molti – i più – proseguono tranquillamente la loro spesa andando su e giù per i corridoi. Li vedo al di là delle casse. Scelgono con cura verdura, frutta, latticini, scatolame, biscotti, carne, formaggi, lettiera per il gatto. Le cassiere sembrano le comparse di un film “sulla rapina a un supermercato”. Continuano a battere lentamente sui tasti e fanno passare i prodotti sullo scanner, mentre i pezzi si ammucchiano e i clienti non sanno cosa fare. Tutti girano la loro testa a destra e a sinistra come potrebbe fare una gallina in balia degli eventi, con i sacchetti vuoti in mano. Il direttore, un uomo sui 40 anni, è pallido, ma non sembra aver perso il controllo di sé. Almeno per ora. Cosa che invece fa una signora vicina al banco delle verdure. Piange e parla troppo forte. Mormoro: “Signora, non si metta a gridare. Si metta qui con me, ecco, sotto il banco”.  E così facciamo, imitati da altri, che parlottano fra loro a bassa voce. I rapinatori svuotano le casse. Sono precisi, molto professionali. Sfoggiano una rapidità, self-control, e una determinazione veramente invidiabili. In una manciata di secondi tre minuti al massimo sbrigano la faccenda “Adesso basta, via, via, andiamo, andiamo!!”. Spariscono. Un’altra signora domanda: “Se ne sono andati? Torneranno?”. Finito tutto. Anche quelli che non sapevano, adesso sanno. Commentano tutto con molta calma. Sguardi inebetiti. Solo una cassiera dice: “Mi sento male”, e molla tutto. Dopo alcuni minuti arrivano i poliziotti, che non potendo fare altro, cominciano a scrivere quello che racconta il direttore. Anche il vigilante di turno, che non si era proprio visto, è della partita. In coda, un distinto signore d’improvviso grida: “Quando c’era Mussolini queste cose non accadevano!!” Quando c’era Mussolini non c’erano i supermercati, penso io…” Ci vuole un uomo forte!!”, insiste un altro. E perché non una donna? Penso ancora io…” E’ tutta colpa della Cassazione!!”, tuona qualcuno. Ma qui, proprio, non lo seguo. Nessuno lo segue. Se non fosse per l’evocazione di Mussolini, quella alla quale ho appena assistito potrebbe essere la scena di un telefilm americano. Paura? No, davvero, amici miei. L’ho visto tante volte, ma in televisione. Ma era sogno o realtà, finto o vero? E cos’è la realtà, oggi? Percezione? Abitudine? Evento? Disinteresse? Distrazione? Déja-vu? Mah…Chi può dirlo, a questo punto delle cose…

Ermanno Accardi

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