Al di là del mito, William Shakespeare non smette mai di esercitare fascino, di suscitare emozioni nel lettore così come nello spettatore. Partiamo dal volto del Bardo. Shakespeare non è presente solo nelle incisioni a decoro delle edizioni delle sue opere del Settecento e Ottocento, ma in un passato più recente è stato fonte di ispirazione per artisti quali Salvador Dalì o Henry Moore e ai giorni nostri per la moda di questo autunno. Pure il suo ritratto più famoso, simpaticamente rivisto in caricatura, appare sulle copertine delle edizioni tascabili delle sue opere. La straordinaria modulazione del verso shakespeariano, la potenza del suo impianto linguistico avevano colpito anche il grande Orson Welles che, prima ancora di trasporre sulle scene e sullo schermo le sue opere, gli aveva dedicato ben quattro trattati. Un nuovo approccio al drammaturgo di Stratford-upon-Avon ha travalicato dunque la carta stampata per approdare sul palcoscenico non solo in patria ma anche, ad esempio, nel nostro Paese. Come non ricordare l’imprinting che gli conferì Giorgio Strehler nella sua Tempesta o la recente apparizione del Bardo in persona al fianco di Pimpa, la divertente cagnolina nata dalla penna di Francesco Tullio Altan, al Festival Shakespeariano dell’Estate Teatrale Veronese al Teatro Romano lo scorso agosto in Pimpa il musical a pois e ora in tournée, con drammaturgia e regia di Enzo d’Alò? Teatro musicale e teatro di figura, dunque. Ma le tematiche e le vicende shakespeariane si prestano a molteplici interpretazioni, dal tradizionale al pop fino a una lettura trasgressiva, come è nella cifra stilistica della compagnia catalana La Fura Dels Baus che si accinge a portare in scena alla Fabbrica del Vapore di Milano dal 28 novembre al 14 dicembre la sua ultima creazione, immersiva e visionaria, con scenografie digitali e suono surround, direzione artistica e regia di Carlus Padrissa, Sons: ser o no ser ispirata all’Amleto. Così come va citato, ad esempio, l’approccio intimamente femminile che ne fa l’attrice e cantante Caroline Pagani nel suo monologo, ora in tournée, Mobbing Dick incentrato sulle figure di Cleopatra, Lucrezia e Isabella di Misura per Misura attraverso le quali fa emergere grandi valori quali amore e libertà. Allestimenti tutti che richiamano sempre pubblici numerosi ed entusiasti non solo in Inghilterra ma anche all’estero perché nei testi immortali di Shakespeare possiamo intravedere, attraverso i corsi e ricorsi della storia, l’anticipazione del graduale declino delle qualità e delle doti che fanno dell’uomo un essere umano, un continuo nostro presente, gli abissi dell’animo umano ma soprattutto perché nel bene e nel male Shakespeare rappresenta l’eternità della nostra anima o, come ha sostenuto il critico teatrale polacco Jan Kott nel suo saggio Shakespeare nostro contemporaneo del 1961, il suo specchio. A questo proposito restiamo tra le pareti di casa nostra e precisamente nel Chiostro del Palazzo della Misericordia Maggiore a Bergamo in Città Alta che, dal 2 all’11 agosto, ha ospitato la Maratona WiShakespeare, uno degli allestimenti più interessanti dell’estate scorsa delle opere teatrali del Bardo. Sui gonfaloni appesi ai lati dell’imponente portale d’ingresso, sporgenti sulla strada e dunque ben visibili anche a distanza, sono impressi due volti, entrambi longochiomati: a sinistra Maurizio Donadoni; a destra, leggermente in sovrapposizione, William Shakespeare. Sotto di loro, parole che promettono emozioni eterne a 400 anni di distanza dalla stesura delle opere. Metti una mattina a colazione, un pomeriggio a merenda, una sera a cena et voilà: il menu di WiShakespeare Will I am? Marathon Burnin’ Shakespeare è fatto. Il resto è attesa, silenzio, partecipazione, applauso. Una messinscena ideata e diretta dall’attore, drammaturgo e regista bergamasco Maurizio Donadoni, essenziale ma estremamente rispettosa del verbo shakespeariano, che ha sfiorato il concetto di h 24 perché la fase preparatoria si è svolta dalle prime luci dell’alba, poco dopo le 5.00, fino a mattina inoltrata, con prove aperte al mattino e al pomeriggio e performance live dalle 17.30 alle 21.30. Sostenuta dalla Provincia di Bergamo, organizzata da 365 Gradi Associazione di promozione sociale e Progetto speciale nella XXIII edizione di deSidera Bergamo Festival, WiShakespeare è nata dalla riflessione di Donadoni sul legame tra Bergamo e l’universo shakespeariano, legame che portò alla creazione di una performance itinerante nel 2023 nell’ambito di Bergamo Brescia Capitale della Cultura, nella quale Donadoni ebbe modo di manifestare il suo interesse per il Bardo nella sua forma più ampia, seguita dall’edizione 2024. La Maratona di quest’anno non solo rappresenta la diretta prosecuzione delle due precedenti edizioni ma contempla altresì la realizzazione di un obiettivo ancora più ambizioso: costruire una rete teatrale cittadina che legga nella parola di Shakespeare un linguaggio condiviso nonché un’occasione di incontro, un invito e un abbraccio nello spirito più inclusivo possibile a quanti desiderino prendere parte al rito del teatro come rito collettivo, corporeo e necessario, coinvolgendo direttamente anche in forma spontanea o non professionale artisti, studenti, cittadini, compagnie teatrali, attori, attrici, cantanti, danzatori, musicisti, professionisti e non, o semplici e anonimi spettatori. Ma lo sguardo al futuro non si ferma qui e va oltre perché con questa kermesse Donadoni inaugura un ciclo che si proietta nei prossimi due anni proseguendo e completando la lettura integrale di tutte le opere di Shakespeare al fine di trasformare WiShakespeare in un festival internazionale in grado di attrarre interpreti e spettatori da tutto il mondo, essendo la città di Bergamo, come sostiene l’attore, intimamente legata all’universo shakespeariano. La città tutta, infatti, ogni angolo, specialmente in Città Alta – e non solo i luoghi del Miglio della Bellezza – sembrano fatti per incorniciare le opere di Shakespeare e costituiscono lo scenario naturale per la loro ambientazione, anche all’aperto. L’intera città infatti, con le sue strade e le sue piazze, costituisce lo spazio nel quale si fondono arte teatrale, architettura e ambiente. L’amore per la poetica del Bardo, la passione creativa in Donadoni hanno origini ben più lontane, da quando cioè recitò negli allestimenti teatrali di Come vi piace, Troilo e Cressida, Molto rumore per nulla e Otello, senza dimenticare la ponderosa messinscena al Teatro Garibaldi alla Kalsa di Palermo nel 1996 della Trilogia shakespeariana Sogno di una notte di mezza estate, Misura per Misura e Amleto a cura di Carlo Cecchi e Matteo Bavera. E, panama bianco, lunga sciarpa al collo, orecchino al lobo sinistro, sandali, sottolinea che “quando noi facciamo il teatro la vita si sospende perché lo spettacolo è qui e ora”. Prosegue affermando come Carlo Cecchi sia un “maestro del qui e ora perché le prove sono toste con lui ma ti lascia all’ascolto di qualcosa che viene dal tempo perché è fatto di tempo, è fatto anche col tempo”. Interpretazioni che erano già state riassunte in Fosse piaciuto al cielo, testo dello stesso Donadoni per il quale aveva vinto il Premio Riccione per il Teatro nel 1991, e che qui riaffiorano dando vita a gustosi siparietti fra una lettura e l’altra, in ricordi più vivi che mai di questo o quel momento interpretativo, del modo di intendere la regia da parte dei vari Maestri o di illuminare quella che è la vagabonda vita attoriale al di là della scena. Maurizio Donadoni è nato nel teatro, suo primo amore, dove il primo spettacolo è offerto dal pubblico stesso, dal contatto stretto che si instaura con il pubblico, un prodursi che avviene tra spettatore e attore. E ribadisce come il pubblico sia un grande personaggio e una valenza antropologica quasi sanitaria. Parla dell’interpretazione che intende dare a questa kermesse, della chiave interpretativa attraverso la lettura di questo poliedrico autore dell’anima e della mente, un mito capace di essere sempre contemporaneo.

Prima di accostarsi al testo d’inizio, Sogno di una notte d’estate, lo introduce, come farà del resto con tutte le letture successive, entrando subito nello spirito del tempo, trasportando lo spettatore all’interno della vicenda affinché diventi parte integrante dell’accadimento, quasi un attore lui stesso. Maurizio Donadoni è un esperto di dialetti, lingua della lingua italiana, ne ha una grande padronanza e qui ne dà prova con il veneto e con l’emiliano. Esordisce affermando che ” il teatro è grande, mentre si fa si disfa perché non ha supporti, il supporto siete voi, il pubblico”. Dunque, ripresentificarlo, riseppellirlo, riscoprirlo tutte le sere. Tornando all’autore, affronta un tema di ricorrente attualità. Ogni poeta ha fatto delle parole il baluardo della propria identità. “Ma qual è la vera identità di Shakespeare?”, si chiede, dando inizio a una interessantissima dissertazione che coinvolge un pubblico sempre più attento e partecipe. Sono 18 le opere teatrali che hanno come sfondo il nostro Paese. E se da un lato potrebbe essere plausibile l’ipotesi che Shakespeare abbia ambientato molte delle sue opere in Italia – citiamo ad esempio Romeo e Giulietta, Otello, Il mercante di Venezia, La bisbetica domata, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Tito Andronico che rivelano una profonda conoscenza da parte del Bardo di città quali Verona, Padova, Venezia, Mantova, Milano, Roma, Messina e Siracusa – per non essere accusato di voler attaccare le istituzioni inglesi quali il Governo o la Chiesa o la società stessa, da un altro lato è sempre più suggestiva e molto accreditata negli ultimi decenni l’ipotesi secondo la quale William Shakespeare non fosse altro che Michelangelo Florio Crollalanza, nato a Messina nel 1564, lo stesso anno di nascita di William Shakespeare, riparato in Inghilterra a causa dell’Inquisizione, dove avrebbe adottato il nome di un cugino da parte di madre morto prematuramente, William, e il cognome della madre, Crollalanza – Scrolla lanza – che nella sua traduzione in inglese diventa Shake speare. Concetto che poi riprenderà anche in altre serate. Mentre si inoltra nell’intricata trama del Sogno cercando di dipanarla, indica al pubblico il lungo tavolo dell’attrezzeria sistemato in un angolo del cortile, protetto da un telo nero dalla pioggia che comincia a cadere. “Nel linguaggio teatrale si chiama argante”, precisa e, mentre il pubblico si sposta sotto i portici, svela come nel teatro povero di epoca elisabettiana i costumi venissero rivoltati da una rappresentazione a un’altra. E prosegue: “Piove. Immaginiamo che le streghe stiano danzando e che i tuoni siano angeli che giocano a bocce, come si mitizza negli ambienti semplici, un po’ proletari”. Cita Pericle principe di Tiro, Troilo e Cressida, Timone d’Atene, Cimbelino, Coriolano: sono molte le fascinazioni evocate da questi titoli. Dopo una breve pausa per la merenda, consuetudine che si ripeterà ogni pomeriggio, riprende il discorso con un’osservazione sui personaggi shakespeariani che incontriamo e reincontriamo da un testo all’altro, all’apparenza in una forma di ridondanza dell’autore. Il perché è presto detto: ogni testo contiene in nuce il riassunto di una vicenda vissuta dallo stesso personaggio in un testo precedente, così come avviene in una serie a puntate. Prosegue alternando alla trama il racconto di quando le compagnie di teatro di tempo fa erano composte da 15 attori e oggi invece solo da 2 o 3 e di come il pubblico sia un po’ sulle sue, salvo poi riaccendersi in una fiammata garibaldina. “Quando noi facciamo il teatro la vita si sospende. Qui e ora: lo spettacolo è qui e ora. Adesso noi ci siamo ritrovati nella quarta parete: noi qui e gli spettatori giù”. Camminando avanti e indietro e spostandosi qua e là, Donadoni misura a larghi passi i rossi mattoni rettangolari incastonati a lisca di pesce nel pavimento del Chiostro del Palazzo della Misericordia Maggiore. Dopo il temporale, dal cortile adiacente filtrano gli ultimi raggi di sole. Cala lentamente l’imbrunire sulle candele accese sul pavimento che sembrano delimitare la quarta parete fra il palcoscenico immaginario e il pubblico mentre le fiammelle brillano ondeggiando nell’aria. Osservando le candele Donadoni dà l’arrivederci al pubblico dicendo: “Domani portate una candela, facciamo la Candlelight perché, alla fine dello spettacolo, lo spettacolo lo fanno le candele”. Al centro del cortile un grande braciere in ferro battuto, coprotagonista di un rito atavico, ha accolto ad una ad una, dopo la loro lettura, le pagine del copione che alla fine daranno forma a quel Shakespeare bruciante – “Io mi brucio in Shakespeare, confessa Donadoni” – il Burnin’ Shakespeare che dà il titolo alla maratona. Un sacro fuoco, come è sacro il fuoco dell’arte, al quale Donadoni assiste in religioso silenzio fino alla fine: quando ogni pagina si esaurisce e si dissolve in cenere e le faville una dopo l’altra si disperdono e svanisconio, salendo e spargendo nell’aria con leggeri volteggi l’anima dei versi di Shakespeare. Dopo questo incipit il galoppo di Maurizio Donadoni nell’universo poetico-letterario di Shakespeare riprende ogni mattino, per rielaborare, adattare, compendiare le tracce che la storia, facendosi carta, ha lasciato dietro di sè a imperitura memoria. Da Come vi piace a Riccardo III, da Otello alla Bisbetica domata, da Amleto alle Allegre comari di Windsor: “Shakespeare è a suo modo istrionico – esordisce Donadoni nella seconda giornata dedicata a Romeo e Giulietta – e scopriremo che in lui c’è una parte che ci appartiene perché l’abbiamo fatta in condivisione”. Si inchina alla potenza e alla valenza della parola definendo le opere di Shakespeare una scenografia verbale. Le riflessioni sull’autore si mescolano a quelle personali: “Io credo che Shakespeare abbia sofferto molto per amore” e “Lo spettacolo più bello è come l’amore, è sempre quello che non si fa”. Appena sfiorato dai due adolescenti Romeo e Giulietta, l’amore crea anche se è tragico, è un fiore anche se è destinato ad appassire appena sbocciato. La vertigine e l’estasi, la natura e la verità di un sentimento che nella sua enigmaticità sfugge a ogni definizione pur racchiudendole tutte e che trova sempre riparo in ogni cuore gentile. Anche qui Donadoni riesce a intonare gli abissi del quotidiano, i sentimenti trovano nella sua voce l’espressione più totale. Così come i personaggi, dal maschile al femminile. “Io sono attore” e ne dà una prova sublime nel monologo degli ultimi istanti di Tebaldo in cui si fa attraversare dal dolore, accolto da una calorosa risposta da parte del pubblico, così come qualche sera dopo saprà rivestire di tenerezza e disperazione il lamento del giovane Amleto. Ogni passaggio, ogni parola è impreziosita da musiche d’epoca che, a differenza della musica di oggi, contengono il Battere e il Levare, scelte seguendo una raffinata filologia musicale. Qui, oltre a saper dire ciò che le parole non dicono, la musica ne esalta il significato intensificandolo. E non potrebbe essere che così per quella che è universalmente riconosciuta come la storia d’amore più famosa al mondo. La musica dunque ricopre un ruolo non secondario in questa lettura come del resto in tutte le altre. Ne è artefice, accanto a Donadoni che l’ha scelta personalmente, Luca Carminati che, oltre a essere il presidente di 365 Gradi Aps, è maestro del suono e direttore della fotografia. Una partecipazione attenta e appassionata per un’associazione che ha come finalità la promozione di attività culturali, sociali e benefiche. Di sera in sera, di lettura in lettura Donadoni ci fa scoprire il divertimento e il riso non solo il dramma e la tragedia. Con un’affettuosa nostalgia inanella un campionario dei ruoli da lui interpretati. Ricordi, similitudini, paragoni sono il leit motiv di tutte le letture. E’ un fiume in piena e confessa che “Tra le risorse ho il tanto immaginare, cioè le neuroscienze di oggi” e rivela qual è il più bel complimento ricevuto: “Tu parli, non reciti”, al quale risponde: “A me piace così”, terminando ogni rappresentazione rigorosamente alle 21.30, prima cioè che la vicina Torre Civica in Piazza Vecchia, nota anche come il Campanone di Bergamo, scandisca ogni sera i suoi 100 rintocchi alle 22 in punto. L’ultima rappresentazione di lunedì 11 agosto corrisponde alla chiusura di questa edizione e alle anticipazioni della prossima. Legge un estratto dall’Enrico IV nel quale viene sviluppata la vicenda di Falstaff, ” lo zimbello di tutti ma spassoso perché è una persona attaccata alla vita”. Cita poi il Macbeth, noto anche come la tragedia scozzese, e la complessa vicenda di Re Lear. E poi i Riccardi – II, III e IV – introducendoli (non dimentico dei suoi due anni in Conservatorio) con accenni di tromba e di flauto. Ed evidenziando come Shakespeare possieda molti registri, coadiuvato dalla fugace ma sentita partecipazione di tre attori, li esemplifica con letture da Timone d’Atene, Il mercante di Venezia, Giulio Cesare, Riccardo III. Re Lear e Macbeth. Teatro come cassa armonica dell’empatia, dunque, ma anche riflesso della poetica shakespeariana, profetica come quella di tutti i grandi poeti. “I nostri attori erano soltanto spiriti – Donadoni dà voce alla Tempesta – ora disciolti nell’aria sottile” Siamo fatti di parole. Ma soprattutto, come dice Shakespeare, “Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. La nostra vita breve è circondata dal sogno”. La benedizione di una magica luna dorata chiude WiShakespeare 2025. “Vi ringrazio di averci accompagnato in tutte queste serate – saluta Donadoni, dando l’appuntamento all’edizione 2026 -. Parlatene bene, o anche male, ma parlatene”. Mentre indosso il cappellino souvenir di WiShakespeare, mi saluta da lontano il sorriso garbato di Silvia, prezioso e insostituibile folletto, onnipresente ma discreto nella realizzazione della Maratona. Dopo questa full immersion, viene spontaneo accostare il genio di Maurizio Donadoni al genio di Edmund Kean. Qui però niente sipario, scenografia, costumi, poltrone rosse. Ma in quel niente Maurizio Donadoni ci ha restituito tutta l’essenza di Shakespeare nella sua interezza. Questa è l’arte di Maurizio Donadoni. Questo è teatro.
Elisabetta Dente








