MIRACOLO A MILANO al Piccolo Teatro Strehler. A 75 anni dall’uscita del capolavoro di De Sica e Zavattini, arriva la trasposizione teatrale firmata da Paolo Di Paolo

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“Io non voglio più la guerra!”. Questa affermazione perentoria pronunciata da una donna, una delle figure femminili che popolano la vita nelle baracche di lamiera della periferia milanese postbellica del secondo dopoguerra, rende già la trasposizione teatrale di Miracolo a Milano a cura di Paolo Di Paolo, affiancato in qualità di dramaturg da Lino Guanciale, già artista associato del Piccolo e qui protagonista dello spettacolo nel ruolo di Totò, e Corrado Rovida, film di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini vincitore del Grand Prix du Festival a Cannes nel 1951, un capolavoro. Quel No alla guerra a pochi giorni dall’invasione Usa dell’Iran risuona come un urlo al Piccolo Teatro Strehler dove lo spettacolo ha debuttato il 4 marzo e resterà in scena fino al 1° aprile, interpretato da una compagine di 46 attori compresi i 26 allievi e allieve della Scuola di Teatro del Piccolo diretta da Claudio Longhi, Direttore Artistico del Teatro, nonché regista – al suo secondo cimento – di questo colossal. Una favola – bella come devono essere tutte le favole, e con un lieto fine – un omaggio alla città di Milano – e come potrebbe non esserlo se sono proprio le guglie svettanti del suo Duomo a specchiarsi nella finestra della Sala Fontana al quarto piano del Museo del Novecento dove lo spettacolo è stato presentato in conferenza stampa – alla Milano di allora, consapevole della sua pericolosa scighera ma anche fiera della sua Madonnina tuta d’ora e piscinina, resa ancor più suggestiva, se guardata con gli occhi di oggi, dalle immagini in B/N delle rotaie del tram, della nebbia, dei fumi delle fabbriche, e con tanti, tanti cavoli, quelli che ricoprono il letto di Lolotta, e quello che protegge con le sue foglie il piccolo Totò al quale Lolotta farà da mamma. Nome ripreso direttamente dal testo che Zavattini aveva scritto appositamente per il principe De Curtis, progetto però che poi non fu mai realizzato. È buono, come il personaggio immaginato da Zavattini, Totò lo è davvero.

Non è soltanto la macchietta di sguardi e movenze che Lino Guanciale tratteggia con gustosa ironia ma è la figura cardine di tutto il racconto: generoso, sempre pronto a spendersi per tutti, a comprendere le esigenze dei derelitti pur accettando la realtà che l’infelicità non potrà mai essere cancellata del tutto. E soprattutto quando, seguito dalla moltitudine dei personaggi che con lui hanno fatto irruzione in platea, augura agli spettatori della prima fila Buongiorno! come quando dire Buongiorno voleva dire veramente Buongiorno. Totò viene presto lasciato solo da Lolotta – interpretata dalla piccola e fragile ma qui potente e immensa Giulia Lazzarini – e, pur avendola sempre presente nella mente e nel cuore, dovrà imparare a conoscere il mondo e la vita con i suoi propri occhi, con la dolcezza/asprezza della lingua meneghina, qui infusa anche di echi gaddiani e testoriani, saviniani e raboniani. Così come nell’allestimento sono presenti le anime dello Strehler dell’Opera da tre soldi di Brecht o del Giardino dei ciliegi di Cechov nell’abito bianco disegnato da Damiano Damiani per Giulia Lazzarini che qui indossa come Lolotta. E le note delle musiche dei film e delle canzoni popolari degli Anni Quaranta e Cinquanta sulle quali si levano altissime su tutte quelle dell’Ouverture della Gazza ladra di Rossini che nel 1946 inaugurò la Scala ricostruita in tempi record dopo la distruzione della guerra. Allora un vero e proprio miracolo a Milano, che già dai primi Anni Cinquanta aveva manifestato i segni della ripartenza, una città che anche oggi racchiude in sé tutte le potenzialità per guardare al futuro con un nuovo slancio, con uno scatto d’orgoglio perché ha ancora intatte dentro di sé, a distanza di 75 anni dall’uscita del film di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, tutte le sue potenzialità di città del miracolo economico e motore della rinascita del Paese nel dopoguerra.

Adesso sulla scena attraverso Milano il testo ripropone i nodi vitali della società dell’Italia intera ma anche i temi dell’utopia e della speranza. Le vicende di Totò, che nel frattempo incontra l’amore in Edvige, e dei derelitti di Lambrate o dell’Ortica sbattono contro il muro del cinismo e dell’egoismo del Brambi e del Mobbi, suadenti nello snocciolare in vernacolo un’ipotetica città futuribile, ma in realtà immobiliaristi ante litteram, tesi a raggiungere il massimo profitto lucrando sulle spalle dei poveri cristi – i tralà – cui non resta che inalberare cartelli di protesta che pretendono giustizia. In una lingua, anche quelli, che si fa capire da tutti. Perché, se sono evidenti i rimandi a I poveri sono matti, altro testo di Cesare Zavattini nel quale però i poveri non sono affatto matti, qui sono presenti passi tratti da alcune poesie di Zavattini scritte in luzzarese e per l’occasione tradotte in milanese. Le sfumature linguistiche si fondono con le sfumature visive in primo piano o sullo sfondo, creando un’atmosfera ovattata o impetuosa in un sapiente andirivieni fra bianco e nero e colore nelle scene di Guia Buzzi, nei costumi di Gianluca Sbicca – primo fra tutti l’uomo in nero vestito di buio – e nel visual design di Riccardo Frati fino ad arrivare a una vera e propria drammaturgia delle luci nelle mani di Manuel Frenda. Già guardando dalla finestra del quarto piano del Museo del Novecengo sembra anche a noi di volare sopra la città a cavallo delle scope ma qui, fra applausi calorosi e meritatissimi per Giulia Lazzarini che il prossimo 24 marzo festeggerà i 92 anni, per il Totò di Lino Guanciale e per tutto il cast, il finale riserva una sorpresa. Ed è forse proprio questo il miracolo della Milano del 2026…

Elisabetta Dente