Correva l’anno 1902… No, non è l’inizio di una fiaba quel gru-gar in sottofondo, alternato a un canto di uccellini, che accoglie lo spettatore al suo ingresso nella sala del Teatro della Cooperativa di Milano dove, nel dicembre scorso, è andato in scena in prima nazionale, Lo sciopero delle bambine. L’eroicomica impresa del 1902, con testi e drammaturgia di Domenico Ferrari, Rita Pelusio ed Enrico Messina che ne firma la regia e il disegno luci. Poi, quando si abbassano le luci, la scena illumina i protagonisti di quel gru-gar, due piccioni interpretati da Rossana Mola e Rita Pelusio, in dialogo fra loro. Fieri del loro piumaggio (firma i costumi Lisa Serio), guardano osservano scrutano il terreno – e nella loro costante ricerca di cibo qualche briciola qua e là riescono sempre a rimediarla – ma soprattutto la vita degli umani, quel brulicare d’inizio secolo nella grande città, così viva anche nelle sue contraddizioni. Non è certo facile la vita di un piccione ma guardando dall’alto di un cornicione o di una terrazza o dal basso del selciato, i due volatili hanno modo di toccare con mano, pardon con le loro zampette, che non è facile nemmeno per gli umani. Per le umane, soprattutto, in special modo se le umane sono piccole. Siamo all’inizio del XX secolo, ovvero il Novecento. L’Italia, e Milano in particolare, sta vivendo un periodo di grande crescita economica e sociale sotto l’influenza di Giovanni Giolitti. Il 1902 rientra nella fase europea della Belle Epoque, un periodo di progresso ma anche di tensioni a livello internazionale. E le tensioni si avvertono anche qui nel dislivello, nella disuguaglianza delle condizioni di vita della ricca borghesia emergente da un lato e dei lavoratori del popolo sfruttati, sottopagati e non tutelati, dall’altro. Ed eccole, le piccole umane, come le vedono i nostri due piccioni: affannarsi, misurando a piedi, veloci veloci, chilometri e chilometri dell’intera città, portando pesi – gli scatulun – che arrivano anche fino a 30 kg., inimmaginabili per le umane più piccole, sei anni appena, perché le condizioni di vita non consentono di elevarsi dalla miseria. Ma un giorno accade qualcosa di diverso, come se si fosse alzato un vento nuovo ad animare gli animi, a infondere coraggio, a smuovere quello che non può e non deve restare immobile. E nel giugno del 1902 le “piscinine”, che in dialetto meneghino significa piccoline, dichiarano sciopero – proprio lo sciopero che dà il titolo allo spettacolo – e si uniscono fino a formare un corteo. Incuriositi, i due piccioni le seguono mentre le file del corteo si ingrossano sempre di più fino ad arrivare a 500 bambine che, giunte alla meta, la Camera del Lavoro di Mlano, la prendono letteralmente d’assalto per rivendicare i loro diritti di giovani lavoratrici. All’inizio la stampa non presta molta attenzione alla manifestazione descrivendola anzi con toni ironici, ma poi ne rimarrà scossa e sarà proprio la neonata Domenica del Corriere a dedicare loro, a sciopero concluso, un ampio articolo il 29 giugno dal titolo “Lo sciopero delle “piscinine” (bambine) dei laboratori di sartoria e modisteria di Milano”, citando “le ragazzine che imparano il mestiere della lavorante in biancheria e della stiratura”, accompagnato dalla bellissima copertina di Achille Beltrame. Le bambine hanno dai 6 ai 13 anni, lavorano in ambienti malsani anche per 14 ore al giorno, sfruttate e sottopagate – la loro paga può arrivare al massimo a 35 centesimi al giorno al punto che molte sono costrette anche a sottomettersi alla vergogna della prostituzione in Via Brera, o abusate dai padroni o dai signori, ma hanno trovato il coraggio di farsi sentire e nei cinque giorni di sciopero – il primo sciopero minorile a livello europeo – in cui hanno fermato l’industria della moda a Milano hanno ricevuto l’attenzione e la solidarietà di intellettuali socialiste e femministe, prime fra tutte Anna Kuliscioff ed Ersilia Bronzini Majno, fondatrice dell’Asilo Mariuccia, e dell’Unione Femminile Nazionale, tuttora custode di un preziosissimo archivio documentale nella sua sede di Corso di Porta Nuova 32 a Milano.

Le due creature volatili assistono a una rinascita e ce la raccontano con arguzia e ironia. Lo sciopero si conclude il 27 giugno e proprio pochi giorni dopo il Parlamento approva la nuova legge, la Legge Carcano, che vieta il lavoro notturno per le donne e introduce per la prima volta una regolamentazione specifica per il lavoro femminile. In altre parole, la presa di coscienza di classe, un’istanza protofemminista fra le lavoratrici più giovani dell’Italia industriale. Che si tradusse per le “piscinine”, spesso poverissime e scalze, in una migliore retribuzione, riconosciuta anche nei giorni festivi, meno ore lavorate, un peso massimo da trasportare di 3 kg. Ma la strada per le donne è ancora lunga. Strizzando l’occhio all’oggi, lo sanno molto bene i nostri due piccioni, attenti osservatori della vita nelle piazze, e lo ha ribadito Tiziana Ferrario nell’incontro a margine dello spettacolo, che si è concluso con calorosi applausi da parte del pubblico per le due interpreti, Rita Pelusio e Rossana Mola. Alla testimonianza di Tiziana Ferrario sono poi seguite, a conclusione delle repliche milanesi, quelle di Eleonora d’Errico e Martina Bettinelli; Diana De Marchi e Unione Femminile Nazionale; Fiorella Imprenti; Marta Fana; Serena Dandini e Sara Poma, tutte volte a dar voce al diritto al lavoro e alla condizione femminile nel contesto lavorativo contemporaneo e a sottolineare la necessità tuttora avvertita dell’impegno per la dignità e l’uguaglianza. La Compagnia Pem Habitat Teatrali, che con questa messinscena prosegue la sua ricerca di un’arte che declina contenuti civili e ironia, e tuttora impegnata nella tournée che si concluderà al Teatro della Tosse di Genova il 3 maggio ma prima di quella data sarà possibile assistere alle prossime repliche lombarde nel mese di marzo al Teatro Trivulzio di Melzo il 6; alla Casa delle Arti di Cernusco sul Naviglio il 15 e al Piccolo Teatro Martesana a Cassina de’ Pecchi il 21.
Elisabetta Dente








