Torino: la città (Sabauda) della tecnologia avanzata

Milano e gli altri

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Il rapporto fra Milano e Torino è sempre stato “catulliano”. Un groviglio indissolubile fra odio cordiale e amore trattenuto.
Il legame fra le due città è sempre stato forte: durante il Risorgimento, Torino fu vista dai milanesi come la città liberatrice. Se i milanesi presero le armi contro gli austriaci nel 1848, lo fecero anche nella speranza che, presto, l’esercito piemontese sarebbe arrivato a liberarli definitivamente. E così andò, anche se ci vollero un po’ di anni e anche i piemontesi dovettero a loro volta appoggiarsi a un alleato più forte, la Francia.
Passando ad anni più recenti, le due città si contesero per anni il primato di città industriale per eccellenza, in quel triangolo formato, appunto, da Milano, Torino e Genova.
Genova era il porto e l’Ansaldo, Torino era la Fiat e Milano era le acciaierie, la Magneti Marelli e tanta metalmeccanica. Insomma, le auto che uscivano dalle catene di montaggio di Valletta avevano, in parte, un cuore milanese. Secondo i milanesi.
Questa competizione, come in tutti i fenomeni in cui ci sono opposte tifoserie, sfociava spesso nello sberleffo, nell’ironia anche irriverente.
Sì, perché Milano, calvinista con le città più “goderecce”, diventava a sua volta più “godereccia” con le città più “inquadrate”. E Torino, agli occhi dei milanesi, era decisamente più inquadrata. Una città-caserma, dove la gente si alzava la mattina per andare a lavorare alla Fiat, prendere lo stipendio dalla Fiat e comprare, coi risparmi, una Fiat.
Qualcosa che per un milanese era un po’ troppo claustrofobico, oltre che poco comprensibile, perché il milanese, anche a livello automobilistico, è sempre stato un po’ esterofilo. Quindi prediligeva le auto francesi o tedesche, a discapito delle Fiat.
Ecco allora che il milanese aveva buon gioco, esaltando la faccia profana del suo carattere, a tacciare i torinesi di eccessiva “ortodossia”, di avere una visione troppo ascetica della vita, di essere addirittura tirchi. Come si diceva a Milano: “Una volta avevano il re, adesso hanno gli Agnelli”.
Una competizione che si estendeva anche a livello accademico, fra i due Politecnici, quello milanese e quello torinese.
Una competizione sopitasi solo alla fine degli anni Ottanta, quando il Politecnico di Milano ha trovato una nuova rivale, anche sull’onda del “reaganismo” e degli “yuppie”: l’Università Commerciale Luigi Bocconi.

Il cambio di rivale, forse, è stato determinato anche dal progressivo e inesorabile ridimensionamento delle grandi fabbriche milanesi, mentre a Torino l’industria proseguiva nella sua attività operosa. Almeno fino in epoca Elkann e Marchionne.
Così, Torino riuscì a mantenere, ancora per parecchi anni, quel cartello che si vede al casello in entrata del capoluogo piemontese: “Torino, città della tecnologia avanzata” che ancora oggi provoca, nel milanese, un malcelato moto di invidia. Anche perché il milanese sa, in cuor suo, che Milano, dopo la chiusura delle grandi fabbriche e dopo tangentopoli, non ha ancora capito cosa farà da grande…
E infatti, ricordo che, quando andavo a Torino con i miei colleghi, milanesi e torinesi, c’era sempre un divertente siparietto:
collega milanese: “Comunque dite quello che volete, ma Torino è triste”.
collega torinese: “Tu non capisci niente. Torino non è triste. È Sabauda”…

 

Marco Lombardi (giornalista e scrittore)

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