Sono un consulente, mi occupo di un po’ di tutto e di un po’ di niente…

Milano radical chic

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Sono un consulente. Faccio un lavoro, per dirla come quella vecchia canzone di Renato Pozzetto, in cui mi occupo di un po’ di tutto e di un po’ di niente. Ma questo ovviamente non lo si deve sapere. Sono pur sempre un milanese, e quindi la tradizione mi vuole costantemente indaffarato. E se mi vedete in qualche bar del Centro, a ridere e trangugiare patatine, pizzette e Negroni, non fatevi trarre in inganno: quelli che bevono insieme a me sono clienti. O colleghi. O fornitori. Sono anni, ormai, che faccio questo mestiere, anzi: a dire il vero non ho mai fatto altro. Sì, perché dopo il diploma (Liceo Classico Beccaria), come tutti in famiglia, mio padre, brillante dirigente di una grande azienda nel settore energetico e petrolchimico, mi spedì a fare Ingegneria. Me lo ricordo ancora, sulla soglia della mia stanza, appena rientrato dal lavoro, in cravatta e vestito grigio col panciotto, lo sguardo severo dietro gli occhiali: “Meccanica o Civile, non me ne frega niente. Basta che sia Ingegneria”. Chi? Io? Ma fatemi il piacere!
Seguì un tetro anno e mezzo, fatto di tabelloni dei risultati degli scritti di Analisi, dove il mio nome era sempre nell’elenco di quelli sotto il 18. Ma il fondo lo toccai quando il professore di Fisica 1 mi buttò il libretto nel cestino della cartastraccia. Abbandonai il Politecnico, fra le urla e le minacce di mio padre e i piagnistei di mia madre. Ma se ne fecero una ragione. Passai a Scienze Politiche, alla Statale. A quei tempi studiare Scienze Politiche era un’esperienza comunitaria: si davano gli esami di gruppo, dove si fraternizzava, poi si fraternizzava nelle assemblee, o a lezione, coi professori di più larghe vedute. Infine, a proposito di allargare, si fraternizzava nei cessi con le colleghe studentesse. Ah, che bella la rivoluzione sessuale! E poi ho avuto anche culo, non c’era l’AIDS allora. Comunque, anche lì, niente da fare. Nisba. Di stare sui libri proprio non volevo saperne e Diritto Privato o Economia non erano passeggiate. Mi ritrovai fuori corso, a distanze siderali anche solo dall’ipotesi di presentare un giorno qualcosa che assomigliasse a una tesi. Iniziai a scrivere nei giornalini del Movimento Studentesco, poi i comunicati, ma era l’epoca in cui si iniziava a sparare sul serio e io mi ero anche cagato un po’ addosso. Soprattutto quando mi trovai sul mio marciapiede, in via Festa del Perdono, un tizio con l’eskimo e la kefiah, come me, ma con un tesserino che lo identificava come funzionario della Digos. La chiacchierata che ne seguì fu poco piacevole quanto illuminante. Così mollai il colpo. Basta con la politica, basta con i tatze bao e i giornalini ciclostilati. Però avrei voluto dire anche basta alla paghetta del Papà. Allora lui, un pezzo grosso in Italia, con mille conoscenze, cominciò a chiedere in giro, in qualche azienda, se mi prendevano per scrivere comunicati, descrizioni di prodotti, pubblicità e così via. Mio padre era potente e influente, come negargli un favore? Ancora oggi, buona parte dei miei clienti derivano dalle entrature in tante aziende che ottenni grazie a lui. In pratica, vivo di rendita. Ma non si può dire, sono milanese e sono anche di sinistra, quindi sono un lavoratore. Piano piano, entrai nel mondo della comunicazione aziendale. Certo, l’imprimatur della politica giovanile rimaneva e lasciava il segno. Una volta, per pubblicizzare una campagna di sconti di una catena di negozi usai lo slogan “E’ Ottobre! I prezzi fanno la Rivoluzione!” che non piacque molto al direttore, uno che aveva la foto di Giorgio Almirante in ufficio.

E così eccomi qui. A ben vedere, faccio ancora quello che facevo da giovane: scrivo comunicati per convincere la gente. Solo che allora scrivevo per spingere gli studenti contro lo Stato Imperialista delle Multinazionali, mentre oggi scrivo per convincere la gente a comprare i prodotti delle aziende mie clienti, molte delle quali sono delle multinazionali. Strana la vita, eh? Ma non pensiate che sia una contraddizione, gli ideali sono sempre quelli, ho soltanto cambiato il modus operandi. Sì, perché a parte l’infelice episodio della rivoluzione dei prezzi sono un mago a usare i temi cari alla sinistra per inventare le mie pubblicità.  Una volta esortavo il proletariato a liberarsi dalle strutture borghesi con la rivoluzione, oggi spiego che qualsiasi proletario si emanciperà, col giusto deodorante e la marca adeguata di collutorio. Una volta le mie colleghe sfilavano in corteo a seno nudo e urlavano che “la f… è mia e me la gestisco io”. Oggi spiego alle donne come emanciparsi con le pomatine contro i pruriti intimi e con gli assorbenti che non si vedono. Perché alla fine, cari miei, la realtà non esiste. La realtà è la Storia che viene raccontata meglio. E chi sa raccontare storie decide cosa è reale e cosa non lo è. Come dite? Che sono cinico? Che anche Goebbels diceva più o meno la stessa cosa? A me di Goebbels non importa nulla. E poi cosa vi aspettate da me? Sono cresciuto a pane e materialismo dialettico, volete che non sia cinico? Anche perché, a proposito di cinismo, col passare degli anni mi sono un po’ scocciato di lottare per il proletariato. Ma guardatelo questo proletariato, sempre pronto a dare il voto a populisti, qualunquisti, razzisti. Forse non si merita poi tanto di essere liberato, ‘sto proletariato. Cosa gli mancava, in fin dei conti? Loro guadagnavano lo stipendio, lo dilapidavano in auto, vestiti, vacanzine all inclusive e cianfrusaglie di cui non avevano bisogno. Noi, quelli come me, li convincevamo che così erano realizzati e la sinistra li teneva buoni, per evitare che venissero loro grilli per la testa, convincendoli che qualsiasi accordo fatto con gli imprenditori era il migliore degli accordi possibili e che almeno non ci perdevano troppo. Alla fine, la gente comune è quella: vacche da mungere. E il mio compito è convincere queste vacche che è giusto restituire in forma di latte il foraggio che viene loro dato. E sono così bravo a farlo che anche quando è arrivata l’Unione Europea, con i vari commissari olandesi, finlandesi, baltici, dai nomi impronunciabili, che avevano deciso di ridurre drasticamente le dosi di foraggio, le mucche hanno continuato a dare latte. Pensa un po’! Sono appena uscito dal mio studio. Bello il mio studio. In Piazzale Baracca, in un vecchio edificio Liberty. Ho lasciato i miei collaboratori. Ne ho assunti un po’, tutti giovani. Hanno voglia di lavorare, sperano di fare carriera, anche se li ho assunti tutti come precari, così se non mi vanno più bene li posso mandare via. Sono felice di essere di sinistra, ho votato governi che hanno reso possibile semplificare i rapporti di lavoro, li hanno resi più moderni, più in linea con quanto vuole il mercato. Io, dal canto mio, sono orgoglioso che il partito per cui ho votato abbia saputo interpretare così bene la modernità. Ma anche adesso, uscito dal lavoro, non crediate che la mia giornata sia finita. Inforco la bicicletta (che ormai è il mio mezzo di trasporto in città) e mi dirigo verso un supermercato. Uso la bicicletta, un po’ perché il partito che voto ha detto di essere ecologici e l’ecologia è anche alla moda, un po’ perché evito i mezzi pubblici. Autobus e metrò sono pieni dei soggetti destinatari della mia pubblicità e non fosse altro che per motivi professionali cerco di mantenere un certo distacco da loro. Devo andare al supermercato perché oggi mia moglie è impegnata fino a tardi nella sua associazione di volontariato, che si occupa di emancipazione. Di chi, mi chiedete? Ma è ovvio, di tutti i soggetti che devono essere emancipati: i migranti e le donne italiane. E le donne migranti? Magari costrette a portare il velo o a essere infibulate? Ma che c’entra? Mica possiamo occuparci anche di quello, anche perché poi si finirebbe con l’offendere le altre religioni. Dovreste vederla mia moglie: elegantissima. Poche donne come lei sanno combinare capi griffati dall’aspetto casual per avere un look così raffinato e allo stesso tempo informale, il tutto con il tocco lezioso delle pashmine che compra in abbondanza al mercato del sabato, in viale Papiniano. E poi ha ancora un fisico…Magra e tonica, anche grazie al fatto che è attentissima all’alimentazione.

Infatti, il supermercato dove sto andando non è un negozio qualsiasi dove, fra l’altro, troverei ancora loro, i destinatari della mia pubblicità. Quelli che nel mio studio cessano di essere cittadini, consumatori, lavoratori per diventare “target”. I bersagli delle mie iniziative. Il nostro supermercato è rigorosamente biologico. Noi ci nutriamo di cose sane e vegetariane e non maltrattiamo gli animali. Come dite? Ma se ho appena definito i miei simili “vacche da mungere”? Ma che c’entra? E poi sono miei simili fino a un certo punto. Tsè…Gente che non legge nemmeno un libro all’anno…Cosa, scusate? Cosa c’è di sano e naturale nella soia, che se tutti facessero come me dovrebbero piantare a soia tutta l’Amazzonia e poi addio polmone verde e poi chi la sente Greta? Ma che c’entra? Anzi, un motivo in più perché certi stili di vita rimangano elitari. O no? Va bene, guardate, ho capito: visto che vi state rotolando dalle risate vi saluto. Ho capito che volete solo provocare. Lasciatemi andare a fare la mia spesa naturale in bici e spero di non vedervi mai più. Ma voi mi vedrete ancora. Ricordatevelo. La prossima volta che girate la pagina di una rivista con una pubblicità, o al prossimo spot televisivo, o ancora al prossimo messaggio sponsorizzato sui social network, pensateci. Dietro potrei esserci io…

(Marco Lombardi, giornalista e scrittore)

One Reply to “Sono un consulente, mi occupo di un po’ di tutto e di un po’ di niente…”

  1. Angela ha detto:

    Mi ricorda qualcuno, anzi più di qualcuno…

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