La Pina

Milano si racconta

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“Conosco il culo dell’Ermanno più di tutte le sue fidanzate”. Il rito dell’iniezione, la Pina, lo battezza sempre con questa frase, che lascia supporre chissà quale intimità ci sia fra noi due. Intendiamoci: lei è una vera sorella, per me, e io un fratellino minore. Ma torniamo, per ora, alle iniezioni, che a causa della mia schiena malandata, ridotta ormai a una “chicane” dalle mille battaglie sportive sostenute in gioventù, la Pina si trova a farmi con discreta frequenza. Il cerimoniale comincia grossomodo così: prima il lavaggio delle mani, poi l‘apertura della scatola con le fiale, con la rottura di una di queste, un colpo secco, dopo aver picchiettato con due dita sul vetro, per evitare rotture e ferimenti. L’introduzione dell’ago nel liquido, l’aspirazione di questo fino alla fine. Questa fase, infine, culmina con l’elevazione della siringa per buttare fuori l’aria. A quel punto, lentamente mi abbasso i calzoni e le mutande, offrendo al sacrificio le mie chiappe, a lei la scelta di quale infilzare, se non le dico che l’ultima l’abbiamo fatta a destra, o a sinistra, per cambiare lato. E prima di colpire la carne nuda, mentre massaggia il bersaglio con il batuffolo di cotone imbevuto di disinfettante, l’altra frase di rito: “Tu non puoi capire come mi sto realizzando, in questo momento”…L’apparente sadismo che sgorga dalle sue labbra non alberga, però, scherzi a parte, nella sua anima bella. Giuseppina Ferrè in Lucchini, “Pina”, o “Pinu”, diminutivo di Pinuccia, per amici e parenti, nasce qualche anno fa a Milano, in casa, perché allora si nasceva in casa, in via Bramantino al civico 9, nelle numerose palazzine di case popolari dalle parti di piazza Prealpi, in periferia. Era la Milano del primissimo dopoguerra, il secondo conflitto mondiale era finito da poco e la città cercava con fatica di rimettere a posto i cocci e ripartire. In quella casa di ringhiera, con il bagno sul ballatoio, ci stavano in nove, nel senso che l’appartamento era stato assegnato dal Comune agli zii, zia Nina e zio Piero, e ai suoi quattro cugini, Franco, Italo, Angela e Rosanna, e lei, con papà Luigi e mamma Teresa, erano ospiti provvisori, in attesa di una sistemazione. Ma si sa, nella vita non c’è quasi mai niente di più definitivo del provvisorio, e la Pina trascorre tutta la sua gioventù in quella condizione. “Eravamo poverissimi”, mi racconta una piovosa domenica di novembre. “Andavamo a rubare le pannocchie a Quarto Oggiaro, perché a quei tempi, là, era ancora tutta campagna. Con i miei cuginetti era una guerra continua; ero ospite, e anche la più piccola, quindi vittima di scherzi, vessazioni, capricci, ingiustizie, dispetti e via dicendo. Io un po’ subivo e un po’ mi ribellavo, cercando la protezione dei miei, ma papà non c’era mai, era sempre al lavoro, e la mamma, beh, la mamma era una vera strega. Mi diceva sempre che lei non mi aveva voluto e che le davo soltanto fastidio. Le prendevo dai miei cugini e anche da lei, mi sentivo come una specie di “danno collaterale”, determinato dal “fuoco amico”. Ma nonostante la faida familiare, degna dei “terùn”, c’era anche tanta allegria e si rideva sempre, come allegri e sorridenti sanno essere soltanto i poveri. Poi quando andavamo al mercato con il carretto, due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì, perché arrivavano in città i contadini con i loro calessini a cavalli, portando la loro mercanzia, era una vera e propria festa. I nostri genitori compravano la frutta e la verdura, le uova e i polli, da mangiare, questi ultimi, rigorosamente alla domenica”. Nei cortili delle case di ringhiera della Milano del dopoguerra, alla domenica, si mangiava tutti insieme. E quando dico tutti, significa proprio tutti. Le tavolate venivano imbandite, appunto, nelle corti, e ogni famiglia portava il cibo per sé, salvo dispensarne sempre un po’ a chi ne aveva più bisogno. Al desco domenicale, in via Bramantino al civico 9, partecipava anche la famiglia Paladini-Alemanni, che abitava nella stessa corte della famiglia della Pina. Erano meridionali, campani di Torre del Greco, ed erano arrivati in massa a Milano per lavorare (e per cos’altro, se no?). Dicevano con orgoglio che la ricostruzione degli anni ’50 l’avevano fatta proprio i “terroni”, e che senza di loro ci sarebbero state ancora le macerie, altroché. I Paladini-Alemanni erano tanti, tantissimi; nonno Giovanni e nonna Maria avevano dato alla luce nove figli: Anna, Tina, Giovanni, Peppino, Antonio, Salvatore, Stefano, Aniello e Mario, che a loro volta si erano quasi tutti riprodotti, dando vita a una terza generazione di cugini e nipoti, che imperversano nella corte bramantina, facendo il bello e il cattivo tempo. Fra questi, ce n’era uno, Marco, il figlio di Anna, particolarmente antipatico alla Pina, che a distanza di decenni se lo sarebbe ritrovato ancora fra i piedi, per colpa di amicizie comuni. E io sono fra quelle amicizie…Il Marco, pur essendo un bravo ragazzo, aveva davanti a sé una discreta serie di cattivi esempi, difficili da evitare. Come ad esempio lo zio Giovanni, che insieme al Franco, il cugino di Pina, formavano una coppia di adorabili, simpatici fetenti che vi raccomando. “ufficialmente vendevano orologi, ma in realtà erano due giocatori d’azzardo”, racconta ancora la Pina. “Di soldi ne facevano tanti e in fretta, ma con altrettanta velocità li sperperavano. Il Franco si era addirittura comprato una Topolino Giardinetta, nera e bordeaux, con la quale lui e il suo compare scorrazzavano allegramente. Era uno dei pochi, mio cugino, a possedere una macchina e devo dire che invece di gioirne noi familiari ce ne vergognavamo un po’ perché la gente, lì, faceva la fame”, Comunque sia, le tavolate domenicali alle quali accennavo prima, sembravano ricche, perché la Pina e tutti gli altri cantavano, suonavano e ballavano sempre. “Sì, ci divertivamo con poco”, si commuove. “E poi era un modo per scacciare i cattivi pensieri che la povertà ti fa passare per la testa ogni momento”. E a tavola si mangiava tutto quello che c’era, più o meno le stesse cose. I milanesi mangiavano le rane e le anguille fritte, il riso, il latte, la polenta e il pancotto. I “terroni” rispondevano con i maccheroni e le polpette al sugo, pasta e patate, pollo bollito, con il quale si faceva il brodo di carne. Poi lo stesso pollo veniva arrostito e divorato con le patate al forno. Brindando con un po’ di vino rosso o bianco alla vita futura, a quella che ancora non c’era e che forse non sarebbe arrivata mai. “Ma oggi, anche se stiamo un po’ meglio, non c’è più quell’armonia fra le persone, a parte nel nostro residence, che sembra un istituto di igiene mentale, dove certe usanze in qualche modo le perpetuiamo”, conclude la Pina con un po’ di tristezza e di malinconia.

Io la guardo, e provo tanta commozione; me la ricordo giovane e bellissima, anche se ancora oggi dice la sua e quasi tutte le donne che conosco l’hanno eletta a modello. Non aveva ancora trent’anni e lavorava come una cinesina in un laboratorio clandestino, seduta alla sua macchina da cucire. Non indossava mai pantaloni e le minigonne vertiginose che le fasciavano a malapena il bacino si accorciavano sempre di più ad ogni movimento. Noi, io e gli amici del quartiere, poco più che adolescenti e con gli ormoni che nitrivano, ci inventavamo qualsiasi riparazione sartoriale pur di correre da lei e sbirciare fra le sue cosce burrose. Meno male che c’è, guai se non ci fosse. Milano, e la mia vita, non sarebbero sicuramente più le stesse…

 

 Ermanno Accardi

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